Il Tirreno

Livorno

Delitto di via Roma, una super perizia per risolvere il giallo

di Federico Lazzotti
Delitto di via Roma, una super perizia per risolvere il giallo

Livorno, la Procura ha chiesto l’incidente probatorio al giudice per analizzare le immagini e le intercettazioni ambientali

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LIVORNO. Una super perizia per risolvere il delitto di via Roma. A distanza di poco più di quattro mesi dall’omicidio di Zviadi Khurtsidze, il quarantenne georgiano ucciso con due coltellate all’angolo con via Vannucci - era la notte del 6 febbraio scorso - la Procura ha chiesto al giudice per le indagini preliminari di fissare l’udienza di incidente probatorio «per cristallizzare alcune prove». Gli accertamenti irripetibili ruoteranno attorno alla posizione dell’unico indagato, il carabiniere in pensione Agostino Ceci, per anni amante della moglie della vittima, arrestato con l’accusa di omicidio il 20 aprile scorso, prima di essere scarcerato ventitré giorni più tardi su disposizione del Tribunale del Riesame.

Proprio la diversa lettura delle prove da parte del giudice delle indagini preliminari che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare e poi dei colleghi fiorentini che al contrario hanno ritenuto quegli elementi insufficienti, ha reso necessario questo nuovo passaggio.

Due i punti sui quali il perito che sarà nominato dal Tribunale di Livorno dovrà fare una volta per tutte chiarezza: le immagini registrate dalla telecamere della Capitaneria di Porto in via Zambelli la sera del delitto e la bontà delle intercettazioni ambientali finite nel fascicolo a carico dell’ex parà. Elementi, questi, che se letti come intende l’accusa oppure come ha ricostruito la difesa, potranno cambiare, e di molto, il futuro dell’inchiesta e dell’eventuale processo in corte d’Assise.

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I filmati. Secondo gli investigatori coordinati ora dai pubblici ministeri Fiorenza Marrara e Giuseppe Rizzo, infatti, la persona che alle 19.05 del 6 febbraio scorso cammina a qualche decina di metri di distanza dalla vittima in direzione di via Ascoli, è proprio Agostino Ceci. Per verificare che quella sagoma che segue la vittima poche ore prima del delitto sia il militare in pensione, che tra l'altro in via Zambelli ha alcuni garage, gli investigatori - con una scusa - gli hanno fatto percorrere circa un mese dopo l'omicidio lo stesso percorso.

È dalla sovrapposizione delle due camminate che il consulente nominato dalla Procura ha trovato della somiglianze fisiche tra i due profili che hanno convinto il giudice a collocare Ceci nella zona dell'omicidio la sera del delitto. Una ricostruzione che non ha mai convinto i difensori e nemmeno i giudice del Tribunale del Riesame.

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Le intercettazioni. Altro aspetto decisivo sono le intercettazioni ambientali registrate mentre Ceci, nel periodo successivo al delitto, è al volante della sua auto. E ritenute fondamentali per l’accusa. «È uscito, uccidiamolo laggiù», è una delle frasi incriminate. Il dibattito in questo caso si basa soprattutto sua una questione strumentale che cela dubbi sul contenuto stesso. Infatti il consulente della Procura che ha sbobinato le registrazione, ha usato una tecnologia particolare per cui è necessaria una strumentazione altrettanto particolare per la riproduzione.

Un supporto, però, che non è stato fornito ai giudici fiorentini che dunque, nel momento in cui sono trovati ad ascoltare quelle intercettazioni hanno potuto sentire solo rumori incomprensibili. È chiarendo questi due aspetti che molto probabilmente sarà possibile per la Procura decidere se chiedere o meno il rinvio a giudizio dell’indagato. Anche perché - come ripetuto più volte - tutto l’impianto accusatorio si basa un quadro indiziario: Ceci avrebbe un movente (la gelosia), ma non ci sono testimoni, l’arma del delitto non è mai stata ritrovata ma l’ex militare non ha mai fornito un alibi credibile. «Quella sera sono rimasto a casa da solo».

 

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