Il Tirreno

Livorno

3 anni fa

Travolse e uccise un ciclista, la conducente non poteva guidare: condannata

Travolse e uccise un ciclista, la conducente non poteva guidare: condannata

Livorno, tragedia a San Marco: tre anni e mezzo alla donna che aveva falsificato i documenti della patente. Il figlio dell'ex operaio Trw morto: nessuno ci ha mai chiesto scusa

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LIVORNO. Elisabetta Schirru, 57 anni, imputata per l’omicidio colposo di Carlo Bondi, 63, l’ex operaio della Trw travolto e ucciso dall’auto della donna mentre stava pedalando in piazza San Marco la mattina del 22 settembre 2013, si è presentata in Tribunale su una sedia a rotelle e ha cercato di difendersi dalle accuse fino alla fine.

«Non ho falsificato la patente e quella mattina non sono fuggita con l’auto», ha raccontato. Fuori dall’aula il figlio della vittima, Michele, nonostante sia uscito dal processo come parte civile, ha deciso di essere presente alla sentenza in attesa di citare la donna in sede civile.

Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Antonella Tenerani, l’automobilista al momento dell’investimento viaggiava a una velocità di circa 60 chilometri orari, dunque superiore al limite imposto dal codice della strada e comunque eccessiva vista la presenza di un semaforo all’incrocio tra piazza Bartelloni e via della Cinta Esterna. Ma non è tutto perché la donna - secondo gli accertamenti - non aveva i requisiti per essere al volante. Il giudice Antonio Pirato, dopo oltre quattro ore di camera di consiglio, ha condannato in abbreviato la ciquantasettenne a una pena complessiva di tre anni e mezzo a cui va aggiunta la sospensione della patente per tre anni e l’interdizione dai pubblici dai pubblici uffici per altri tre.

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«Adesso - annuncia l’avvocato Giuseppe Ales, che rappresenta la famiglia della vittima - inizia per noi un altro percorso, quello civile, affinché il danno che hanno subito i miei clienti venga in qualche modo risarcito».

Il figlio della vittima, invece, affida il suo dolore a una lettere aperta: «Sono il figlio del ciclista ucciso in piazza San Marco il 22 settembre del 2013 - scrive - Per parlare apertamente e in maniera chiara sulla vicenda ho atteso che la giustizia ordinaria facesse il suo corso e gli inquirenti il proprio lavoro. Ci sono stati diversi colpi di scena durante il processo: dalla mancata accettazione del patteggiamento, al rifiuto dell'assicurazione al risarcimento del danno - che ci vedrà di fronte in un nuovo procedimento in sede civile - all'ennesimo tentativo di salvare in qualche modo l'imputata».

Ora a distanza di oltre due anni da quella domenica «il dolore, l'incredulità per cio che è accaduto non ha mai lasciato, né me, tantomeno la mia famiglia. Guardo i miei figli e non so come spiegargli che il nonno gli e' stato strappato in una maniera così assurda. La rabbia è tanta, e mi riempie l'animo».

Ma quello che in questi anni ha addolorato di più la famiglia Bondi è che «non abbiamo mai e dico mai ricevuto da parte di nessuno, un qualunque minimo segno di pentimento o quantomeno di scuse per cio' che ha distrutto quella maledetta mattina di settembre. Sin dal primo giorno si è solo pensato a cercare una scusa per giustificare l'ingiustificabile. Si è preferito parlare sui giornali di malore, di fantomatiche persone che volevano aggredirla per cio’ che aveva combinato, invece di stare in religioso silenzio nel rispetto di chi soffriva veramente. Ma tengo a precisare che oggi non sarebbero più accettate in nessun modo».

L’ultima richiesta è rivolta a chi rilascia o rinnova le patenti di guida: «Non datela a chi non ne ha i requisiti perché è come armare un assassino e forse le vittime come mio padre oggi sarebbero ancora qui con noi».

 

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