Il Tirreno

Livorno

«Ma il porto non è retrocesso, anzi sta tornando in serie A»

di Mauro Zucchelli
«Ma il porto non è retrocesso, anzi sta tornando in serie A»

La manager di Tdt respinge al mittente lo sconfittismo: invece che frignare, rimbocchiamoci le maniche «Crisi choc? Io il terremoto l’ho visto a Palazzo Civico: il Pd battuto perché si è rannicchiato su sé stesso»

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. C’era Gullit nel Milan di Sacchi, Occhetto non aveva ancora mandato in soffitta la falce e martello e in tv quei buffi personaggi gialli dei Simpson avevano appena fatto capolino negli Usa quando l’allora sindaco Roberto Benvenuti prese a chiamarla «la portualessa»: parola inventata per uno spazio al femminile che nella Compagnia sembrava impossibile ritagliare («ero solo una ragazza fresca di maturità liceale che prese al volo l'opportunità del concorso: passammo in quattro, la laurea l'avrei presa in seguito»).

Ora Monica Bellandi è direttore di produzione di Tdt in Darsena Toscana (controllato dal pool genovese guidato da Luigi Negri con i portuali soci di minoranza), uno fra i primi 25 terminal container del Mediterraneo, e comunque non erede dinastica in quanto figlia di portuale («mio padre era un operaio della vetreria»). Ma sulle banchine le donne non sono più mosche bianche: «Nel nostro terminal ce ne sono parecchie fra gli operativi in prima linea, comprese gruiste e conducenti di macchine di piazzale, non parliamo poi della struttura di controllo». Del resto, i moli livornesi sono fra quelli più “rosa”: con Gloria Dari, Laura Miele e Maria Gloria Giani al timone di Spedimar (spedizionieri), Asamar (agenti marittimi) e Propeller Club.

Retrocessa la squadra amaranto: lo è anche la città?

«Se a Pinsoglio non fosse sfuggito quel pallone non staremmo qui a immaginare stagioni che si chiudono, simbolismi che si squadernano. Non mi piace tutto questo sconfittismo che si respira ovunque: la crisi c'è ma non c'è solo qui. E soprattutto è meglio rimboccarsi le maniche e fare qualcosa piuttosto che farsi spuntare la lacrimuccia o berciare a vanvera».

Eppure altri interlocutori hanno detto che la retrocessione della città viene da lontano, forse lontanissimo: e non ci avrebbe salvato un Pinsoglio qualsiasi neanche l'avesse presa al volo…

«Non chiudo gli occhi di fronte alle difficoltà: ci sono e le vediamo tutti. Ripeto: non mi piace quest'aria di piagnisteo che in realtà è il miglior alibi per crogiolarsi nel nulla…».

Dicono perfino che da essere la locomotiva della costa ora siamo praticamente provincia di Pisa…

«Macché: non siamo provincia proprio di niente. Anche se qualcosa, in effetti, sembra essersi rotto…».

Vede, lo ammette anche lei. Ma quando?

«Negli ultimi anni».

Ultimi quanto? Si riferisce al cambio di governo con l'arrivo dei Cinque Stelle a Palazzo Civico o ad altro?

«Sì, al M5s. Finora mi sembra che al governo ci siano persone forse di buona volontà ma che non hanno nessuna esperienza. Sembrano esser lì un po' per caso: “improvvisi”, direbbe qualcuno».

In realtà, qualcuno l'avrà pur votato Nogarin al ballottaggio: non è mica arrivato dalla luna…

«Mi spiego meglio. La città non ha rinnegato il suo dna politico: ha detto che non si riconosceva più in quella sinistra che avrebbe dovuto rappresentarla politicamente. E l'ha detto con tutta la forza che salta fuori quando si vive un amore tradito. Voglio darti una lezione: e alla fine è stato premiato chi si è trovato lì a raccoglierlo. Un voto “contro”, contrissimo».

Contrissimo che?

«Il Pd si era rattrappito, rannicchiato su sé stesso. Erano troppi ad essere (pre)occupati a tenersi d'occhio fra loro: chiusi nel loro piccolo mondo antico, non si sono accorti di quel che c'era fuori. Mi faccia fare un paragone: è capitato che anche Protti abbia calciato fuori un rigore o sia stato fuori forma ma nessuno si è mai permesso di farglielo pesare. E sa perché? Perché lo vedevamo come “uno di noi” che comunque si dannava l'anima in campo».

Torniamo alla retrocessione: ma guardiamola dentro il porto. Proprio là dove forse è stata più pesante. Solo adesso stiamo tornando ai livelli del 2008: altro che crisi…

«Ma ora mettiamo a segno incrementi in doppia cifra: roba da record. Se i traffici sono tornati non è per grazia ricevuta».

Il sindacato dice che però finora l'impennata dei container, delle auto nuove, dei forestali o delle “autostrade del mare” non si è vista granché in termini di nuovi posti di lavoro.

«Ma nemmeno c'è stata una strage occupazionale paragonabile a quella dell'industria negli anni in cui i traffici hanno segnato drammaticamente il passo. Le aziende ce l'hanno fatta a non licenziare stringendo i denti, ora si stanno rimettendo un po' in sesto. Però siamo semplicemente tornati al 2008 finora: adesso speriamo di continuare a crescere…».

A quel punto l'occupazione crescerà?

«È chiaro che, in un settore dove gli alti e bassi nei traffici sono la normalità, nessuna azienda può strutturarsi sulle punte massime. Ma c’è l’Alp, l’ex Agelp riformata insomma, che ora funziona bene: è lo strumento che serve per fronteggiare i picchi di lavoro».

La svolta per tornare a crescere, dov'è stata?

«Indico due cose. L'una: non abbiamo tirato i remi in barca e non ci siamo limitati a portarci via i traffici da una banchina all'altra. L'altra: il governatore Rossi, annunciando che la Regione avrebbe messo una cifra record sulla Darsena Europa, ha reso possibile questa prospettiva. Con una conseguenza: un porto in declino per inadeguatezza infrastrutturale è un morto che cammina: se un operatore sa che fra tre anni le sue navi non potranno più entrare in quel porto, se ne va prima…».

Non vuole essere l'ultimo col cerino in mano.

«Accade il contrario se c'è una prospettiva: se con il polo container si libereranno gli spazi in Darsena Toscana, se presto potremo offrire anche la direttissima ferroviaria con il container che dalla stiva della nave finisce sul treno senza altri passaggi…".

Ma il governatore ha detto anche: c'è un problema di produttività da risolvere.

«Credo che a Rossi vada dato merito di aver trasformato la maxi-Darsena da sogno a qualcosa di realizzabile. Ma qui penso si sia fatto prendere la mano dal solito luogo comune sul livornese scansafatiche, figuriamoci il portuale».

Da Firenze la questione della produttività del lavoro in porto è stata posta da anni: lo diceva anche l'assessore Conti...

«Ripeto: non è così. Siamo in linea con la produttività dei grandi terminal come Im Vte genovese o Amburgo».

Non vorrà mica dire che i numeri sono gli stessi...

«Voglio dire che sulla produttività reale incidono di più le limitazioni che derivano dalle inadeguatezze infrastrutturali. Per dirla tutta: il binomio imprenditore/lavoratore, come da tradizione livornese, ha saputo compensare con investimenti e polivalenza professionale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web