Il Tirreno

Livorno

Murata e abbandonata, la ex sede Asl di Monterotondo prigioniera del degrado

di Francesca Suggi
Murata e abbandonata, la ex sede Asl di Monterotondo prigioniera del degrado

Livorno, interdetto da un cancello anche l’accesso al parco: off limits 11 ettari di verde

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LIVORNO. Murata e abbandonata. I vecchi fasti della Belle Epoque livornese di quella storica villa, ex sede amministrativa della Asl, sono ancora più remoti. Da alcuni mesi. Non basta il trasloco degli uffici fatto 5 anni fa a gettare le stanze seicentesche di Villa Rodocanacchi nell’oblio; ora anche l’accesso principale al frequentatissimo parco di Monterotondo è offlimits.

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Addio scampagnate sul prato là davanti, circondato da statue. Niente più passeggiate nel verde per mamme con bambini, anziani e sportivi. Dopo l’occupazione abusiva dei locali di qualche tempo la Asl, proprietaria del complesso, “si difende” a colpi di cancelli e sbarramenti di cemento a porte e finestre, in attesa di venderlo. E pensare che l’edificio è pure “protetto” dalle Belle Arti per il suo valore storico, con tanto di particolare terrazza giapponese coperta, con mosaici in stile, voluta dalla ricca famiglia di mercanti greci, i Rodocanacchi, che acquistarono la villa a metà Ottocento.

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Tra divieti e contraddizioni: si può entrare o no? Eppure non mancano le contraddizioni. Basta fare un giro in quegli 11 ettari di parco fittissimo per toccarle con mano. Si parte dall’ingresso principale, quello in fondo a via di Collinet per intenderci. Il benvenuto al parco che fu, oggi, lo da un cancellone chiuso. A sinistra c’è il cartello di divieto di accesso che stride con quello accanto, che informa le persone di entrare con i cani al guinzaglio. Alla fine si scopre che comunque si può arrivare al pratone verde davanti alla villa dalla stradina laterale (via di Monterotondo), che funge da accesso alla palestra che ancora funziona. Tra quell’entrata e il via libera al parco intorno alla ex sede Asl non ci sono ostacoli: chiunque può entrare.

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Accessi murati, degrado e erba altissima. Ed eccoci dentro ad ammirare quello che poteva essere in qualche modo patrimonio dei livornesi e che invece è un edificio senz’anima. Vuoto. Murato. Tempestato di cartelli che avvertono di stare lontani e che la direzione Asl non si assume la responsabilità di eventuali crolli e danni. Stessa sorte per la foresteria lì accanto.

Lo sguardo si fissa su quel prato verde ovaleggiante davanti all’ingresso, nel cuore a tante generazioni di livornesi che almeno una volta nella vita ci hanno fatto una scampagnata. Un po’ di vita in quel contesto da cinque anni vuoto, dopo la decisione dell’allora direttrice Monica Calamai, di trasferire tutti gli uffici amministrativi all’ospedale, esattamente 24 mesi dopo averci fatto un restyling da 200mila euro. Un caos all’epoca. Ieri, oggi: l’azienda sanitaria decide che neppure più su quel prato i livornesi possono stare. Chi la paga la manutenzione del verde? E allora via libera al cancello e all’erba che sta diventando altissima.

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Il parco? Il tesoro del lago con l’isolotto ora è tabù. Eppure dentro il maxi parco di palme, cedri del Libano e varia macchia mediterranea, sul retro di quelle mura costruite secoli e secoli fa, nel 1636, dall’armeno Scheriman, c’è un laghetto. Anzi due, uno più piccolo. Con tanto di isolotto in mezzo, con sopra una palma delle Canarie, panchine e addirittura due imbarcaderi da dove i due barchini di legno accompagnavano gli ospiti in romantiche uscite Belle Epoque. Avevano pensato a tutto i conti Rodocanacchi. E’ quel paradiso verde che la Asl ha interdetto alla città nel 1995 - troppe le spese di manutenzione - con una rete e cartelli di proprietà privata. La recinzione è abbattuta, chissà da chi, chissà quando. Alla scoperta dei tesori del parco, quindi. L’attenzione a quel che si trova a terra è massima, tra arbusti e alberi caduti. Ma il bosco si mantiene bene, il sentieri c’è ancora (con tanto di estintori gettati qua e là). La prima sorpresa è un padiglione di caccia, fatto a cono “scandinavo”, una chicca. Oggi qualcuno lo ha trasformato in una piccola braceria, dentro una griglia e fuori un paio di sedie in plastica. Si continua: sul sentiero ci sono piccole cappelle votive. Con un po’ di fantasia è il fantasma della contessina Rodocanacchi ad indicare l’antico laghetto artificiale dove lei è affogata, così narra la leggenda. Una sorpresa. E’ talmente grande da essere provvisto di pontili alle due estremità, con una isoletta nel mezzo. L’acqua non c’è più da un pezzo e sul fondo è cresciuta una foresta di alberi alti anche venti metri. Non lo vedi il lago, te lo immagini. E ti chiedi perché questo splendore è tabù.

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