Gioco
Massimo Ampola su Livorno: «Impauriti, soli, disorientati: e il peggio deve ancora venire»
Per il sociologo la città ha iniziato a retrocedere già tanti anni fa («e ora siamo una provincia pisana») La reazione? Accontentarsi di una “decrescita infelice” arrangiandosi con la pensione della nonna
LIVORNO. «La “nottata” ha da passare, ma non so se l'alba sarà davvero meglio del buio». L'intervista è finita e sull'uscio di casa sua, a un tiro di sasso da quell'emblema di ottimismo da boom anni '60 (e di valorizzazione della rendita fondiaria) che è il Grattacielo dell'architetto Giovanni Michelucci, il sociologo Massimo Ampola prende in prestito una citazione post-bellica di Eduardo De Filippo per riassumere quel che pensa. Con amarezza e forse un po’ di spavento.
Retrocede in serie C la squadra amaranto. E la città: retrocede anch'essa? Era già retrocessa da un po'?
«È una decrescita infelice che parte da lontano…».
Lontano quanto?
«Non parlo di oggi e ieri, né di M5S e Pd...».
Ok, ma ripeto: lontano quanto?
«Negli anni '80-90 Pisa era poco più del quartiere universitario di una Livorno che funzionava da “locomotiva” dell’area costiera: eravamo la capofila di una città costiera che arrivava fino all'area lucchese».
Era l'idea dell’economista livornese Massimo Paoli: un polo costiero da mezzo milione di abitanti…
«Non lo diceva da isolato: e ce ne accorgeremo di quanta capacità di visione abbiamo perso con la sua scomparsa. Dispiace dirlo ma ora Livorno è una ridente cittadina della provincia pisana. E vedo in atto processi che la portano a una implosione sociale anziché a una ricostruzione espansiva».
Di chi è la colpa?
«Smettiamola di giocare a Csi: l’assassino non c'è. Bisogna cominciare a capire che stiamo attraversando un passaggio: è finita la società industriale che aveva visto strutturarsi la città intorno alla fabbrica. A cominciare dai tempi di lavoro e di vita, compresi quelli delle relazioni affettive. Il lavoro di produzione industriale era al centro, non è più così e dobbiamo adattarci. In una parola: governarlo, almeno per quanto possibile».
Traduca dal professorese…
«Non è una crisi economica e stop. Livorno ne ha passate tante: si pensi alla crisi del porto franco o a quella della prima guerra mondiale, agli anni dell’immediato dopoguerra. Ma dentro un contesto ben preciso…».
Lei dice: in frantumi non solo l'economia ma tutto il “palcoscenico” delle nostre vite…
«È una crisi di sistema. O si è all’altezza di rispondere così o ci si ritrova a mettere una pezza qua e una là: un guaio dopo l’altro».
Eppure chiunque pensa che sia la mancanza di lavoro la chiave di tutti i problemi.
«Di città che abbiano radici plurali ce ne sono molte, ma Livorno l’ha amalgamate in maniera unica: io dico che siamo una città meridionale incistata nel corpo della Toscana. Parlando con i miei studenti, l’ho paragonata a una scacchiera: a ognuno viene riconosciuto un proprio spazio. Il diritto di avere una propria casella...».
Tutte caselle uguali.
«La tua casella ti offre spazio ma non ti sognare di voler crescere: bene finché stai dentro i margini del tuo quadratino, hai spazio per le tue radici. Ma sono anche il tuo muro, la tua prigione. Impossibile crescere: o ti rassegni o te ne vai. Non è accaduto così ai “cervelli” livornesi?».
Aggiungo: non vale qualcosa del genere anche per la leadership politica? Da quanto non c’è un livornese fra i leader nazionali?
«Le domande sono come le ciliege: l’una tira l’altra. E allora guardo all’imprenditoria: non è forse vero che le imprese livornesi si lamentavano del limite imposto dal fatto di essere sotto la cappa del Pci? Eppure la nomenklatura comunista aveva sì una parte settario-ideologica ma aveva una capacità di collegarsi con la Dc che qui era all’opposizione ma a Roma aveva in mano le redini del governo. Non parlo solo dell’accordo per il Cantiere: dico che gli amministratori Pci di Livorno sforavano spesso i vincoli di bilancio, con l’ok in extremis da Roma».
Scusi, ma tutto quest’amarcord cosa c’entra?
«C’era una capacità di fare rete di fronte ai problemi per risolverli. Racconto un episodio: ero consigliere nazionale Acli e figlio del viceprefetto di Livorno, mi si presenta alle Acli una famiglia di baraccati alla quale il libeccio aveva scoperchiato la baracca. C’era una norma tassativa: ogni baracca lasciata veniva abbattuta. Dopo tante telefonate a vuoto, chiamai il sindaco Raugi. Ascoltò, poi mi disse: ci penso io. E mandò gli operai del Comune non a buttar giù la baracca ma a ripararla. Eppure aveva rischiato di finire nei guai. Ecco cosa non c’è più: questa capacità di mettersi in collegamento e risolvere».
Dipende da cosa?
«Dal fatto che siamo intrappolati in uno scenario dominato dalla frammentazione. A forza di perdere pezzi delle reti sociali tradizionali, oggi abbiamo il singolo che da solo è lì che aspetta».
È la vita alla giornata...
«Mi accontento: ho in tasca sempre meno soldi ma magari la nonna o gli anziani genitori che mi pagano la bolletta o la rata della macchina. Comunque, come dice l’indagine della Camera di Commercio, il 30% della ricchezza arriva dalle pensioni...».
Ma è un ammortizzatore sociale a tempo: si rattrappisce la possibilità delle vecchie generazioni di pagare il benessere di figli e nipoti...
«Finché dura, sì. Poi si rischia di diventare noi un po’ Grecia. Economia di sussistenza, mi serve tutt’al più per sfangarla oggi, domani chissà».
Segno che non abbiamo ancora visto tutto il brutto. Ci sta di ruzzolare in serie D...
«La frammentazione sociale genera fragilità individuali. Risultato: i problemi non li affronti, li accantono quanto possibile perché non mi azzoppino».
L’antidoto?
«Non c’è una soluzione immediata: c’è una generazione perduta, quella dei quarantenni. È una crisi di sistema: per rispondere ci vuole tempo e ci vuole cultura».
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