Il Tirreno

Livorno

sociale

«Cresce il numero dei poveri invisibili ma vedo più solidarietà e più volontari»

di Mauro Zucchelli
Suor Raffaella Spiezio
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Suor Raffaella Spiezio

La presidente della Fondazione Caritas: troppe esistenze “normali” ormai sull’orlo del baratro, basta perdere il lavoro e tutta la vita finisce nel precipizio. «Con il Comune manca il dialogo»

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LIVORNO. Non c'è altro che retrocessione nel campionato che vede ogni giorno da quella “curva” così speciale che sono mense e centri Caritas. Ma i “retrocessi” non sono più solo i povericristi di sempre (clochard, emarginati, tossicodipendenti): «Basta che una malattia o il licenziamento azzoppino la capacità di reddito, ed ecco che non ce la fai a pagare il mutuo o l'affitto e perdi la casa».

Ore 13, zona Torretta: Raffaella Spiezio, battagliera suora che guida la Fondazione Caritas, lo dice dalla trincea del Porto di Fraternità. Al di là della porta, bussano i “dannati della Terra”: anche adesso sono una folla eppure ciascuno ha un proprio guaio, un proprio bisogno di essere ascoltato da qualcuno.

Lei dice che tanti dei nuovi poveri non sentivano affatto la propria esistenza sull'orlo del precipizio...

«Tutto questo ci obbliga a cambiare la nostra categoria di “povero”: spesso si pensa che sia chi è senza un piatto di minestra o dorme per strada. Non è così: spesso ha alle spalle una storia “normale”, poi è arrivato il patatrac...».

Per colpa di cosa?

«Quasi sempre la perdita del lavoro. Tutte queste imprese che hanno chiuso, e mi domando: poteva essere una situazione governata? potevano esserci soluzioni alternative? Senza contare tutta la galassia dell'emergenza abitativa...».

Alla fine poi magari salta anche la famiglia...

«È un vortice: difficile che un nucleo familiare regga a queste tensioni. Magari va in pezzi e ciascuno si ritrova solo, disperato e senza nemmeno quell’ unico ammortizzatore sociale che è rimasto la famiglia».

Anziché della retrocessione di una squadra, stiamo parlando qui di una folla di tante “retrocessioni” individuali.

«“Retrocede” anche chi è costretto a tornare indietro alla casa dalla quale si era staccati per creare una propria famiglia: ma è fallito il matrimonio, non si hanno i soldi per pagarsi un affitto per conto proprio e non resta che si è costretti ad appoggiarsi alla pensione dei genitori ormai anziani».

Tornando indietro come nel gioco dell'oca.

«Non è solo una questione di reddito, è in ballo l’autonomia. È per questo che la prima cosa che facciamo è cercare di ricostruire rete di relazioni».

Contro il rischio di finire in balìa della disperazione.

«Se uno dovesse indicare il pericolo numero uno per Livorno: la fine della speranza. Perché non sa più come ripensarsi: almeno si vedesse un cambiamento, invece no. Poco fa lì seduto lì dov'è lei si sono susseguite due persone: l'una aveva provato a buttarsi sotto il treno, l'altra si era arrampicata non so più dove. Gesti eclatanti di protesta? Sì, ma soprattutto il segno di una disperazione: “sono disposto a perdere tutto perché ormai cos'altro mi resta?”. Qui bussa chi si sente più che retrocesso: all'ultima spiaggia. In serie Z, mica C».

Ma se la retrocessione amaranto è di una squadra intera. Qui invece è come se la squadra potesse spaccarsi in due: una parte giù in C e l’altra se ne va in Champions. Crescono le diseguaglianze...

«Lo vedo ma non credo riguardi solo Livorno. Però non è vero che la parte ricca della società pensa a sé stessa e se ne infischia. È la nostra scommessa: riuscire a coinvolgere le persone. È quel che vogliamo fare con l’ “opera-segno” in Corea».

Ce la fate?

«Sì, e non solo per la raccolta fondi, non solo come delega a occuparsi dei poveri. Ho constatato con mano che molti cittadini della Livorno-bene non avevano mai aperto gli occhi. Li abbiamo aiutati e dalla donazione siamo passati magari all’impegno di volontariato».

C’è rimasta un po’ di solidarietà in mezzo all’individualismo?

«Ammettiamolo: va ancora risvegliato parecchio. C’è l’individuo al centro invece che la persona».

Indifferenti?

«Talvolta sì, ma per sbadataggine più che per cattiveria o per la voglia di alzare muri. Anche perché sono aumentati i poveri ma anche le donazioni e il numero dei volontari. E non più solo braccia ma anche messa a disposizione dei propri talenti professionali. Noi di Caritas ci teniamo a essere un luogo di mescolanza fra mondi diversi».

Difficile che l’avvocato non veda l’ora di servire a tavola l’immigrato o il barbone...

«Forse non è ancora nata un’amicizia ma le assicuro che c’è molta più mescolanza di quel che lei crede. Così come all’inizio nelle nostre mense i poveri di origine livornese non avevano piacere a stare a tavola con i migranti: ci abbiamo lavorato e ora il clima è assai cambiato. Ora ascoltano la stessa musica, non era scontato».

Livorno è il regno della mescolanza. Eppure si sente uno slogan (così poco livornese) come “Livorno ai livornesi”...

«Io non sono di Livorno e me l’hanno fatta pesare anche se in realtà io mi sento livornese: è come se i livornesi credessero che Livorno fosse l’eccezione perenne (“a regola è così, ma a Livorno no...”). E parlo di tutti gli ambiti. Qui l’accoglienza e la fiducia te la devi guadagnare».

E adesso qual è la “partita” da giocare per tornare in serie A come comunità cittadina?

«Bisogna coinvolgere la città nel prendersi cura di quella parte di sé che è rappresentata dai più piccoli e dai più fragili: significa render bella Livorno. Nella speranza che scenda in campo anche l’amministrazione. Non può ognuno fare un coro a sé, serve un dialogo orizzontale».

E questo dialogo come va?

«Ultimamente manca del tutto: è difficile incontrarsi, è difficile parlare la stessa lingua. Ma le possibilità ci sono. Solo che è come se giocassimo a “un due tre... stella!”. Tutti fermi per paura che qualcuno si giri, invece qui dobbiamo giocare la “partita del cuore”».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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