Il Tirreno

Livorno

«Smettiamo di piangerci addosso, un’opera-simbolo sarà la svolta»

di Mauro Zucchelli
«Smettiamo di piangerci addosso, un’opera-simbolo sarà la svolta»

Il prof. Luise: è finita l’era della bassa produttività in cambio di bassi salari, il lavoro bisogna conquistarselo «Ci stiamo autoretrocedendo da tanti anni: ma siamo la Porta a Mare della Toscana e abbiamo vini superstar»

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LIVORNO. «In serie C non solo la squadra amaranto ma anche la città? Io direi che chi sta retrocedendo siamo noi livornesi. Anzi, ribaltando un po' il discorso: ci stiamo auto-retrocedendo». Eppure Marco Luise, presidente della galassia aerospaziale toscana (e dell'Istituto Mascagni), docente di ingegneria delle telecomunicazioni a Pisa, non ci sta ad alzare bandiera bianca: «Livorno ha davanti a sé un certo numero di opportunità sul fronte dello sviluppo economico e del miglioramento della vita sociale ma mi sembra che non sempre noi livornesi ce la facciamo a vederle».

Ma se all'85' Pinsoglio l'avesse parata…

«Nel calcio forse ce l'avremmo fatta, ma nella realtà fuori dal campo di calcio non sarebbe bastata una parata per evitare la retrocessione. Se andiamo in C come città è per via di un processo inesorabile che nasce ben prima degli ultimi 5 minuti di una partita…».

Insomma, assolve la nuova amministrazione grillina?

«Per rimanere nella metafora sportiva, direi che abbiamo iniziato a retrocedere fin dai tempi di Corasco Martelli, mi spiego? Ma smettiamola di circoscrivere i problemi al solo fatto di chi sta sulla poltrona di sindaco: io chiamo in causa noi livornesi».

Tradotto?

«Avverto il moltiplicarsi di una rancorosità e un borbottìo inconcludente. Serve rimboccarsi le maniche: partendo da quel che possiamo fare noi, non qualcun altro. Eravamo abituati a mantenerci contando sul posto nell’apparato pubblico, sulla Compagnia portuale, su un bello stock di pensioni: ogni famiglia sapeva di poter avere un po’ di benessere senza dover troppo lottare nel quotidiano».

Ma quel mondo ormai sta nell'album dei ricordi…

«La pubblica amministrazione non ce la fa a assorbire la domanda di lavoro. E nemmeno il porto. Cambia tutto rispetto anche solo alla generazione dei genitori. E ai livornesi pesa il fatto che siano deluse queste aspettative: poco lavoro, bassa produttività, basso reddito ma anche la possibilità di cavarsela e comunque di godersela. Non è più così».

La città ha un problema di creazione della ricchezza. Se non c'è la "torta", cosa si redistribuisce: le briciole?

«Io invece dico che la ricchezza potremmo crearla. Ovviamente a patto di sfruttare le opportunità. Anche perché il livornese medio è un tipo sveglio. Brillante e intuitivo ma gli manca la cocciutaggine».

È l'altra faccia della capacità di non prenderci sul serio: il “teorema del bada lì” o il “postulato del fa' vaini”…

«Io sono livornese ma ne vedo i limiti: il pressappochismo. E la miopia che ne consegue: nei limiti di visione, nella consapevolezza che il mondo di ieri non c'è più e il lavoro bisogna conquistarselo».

Faccia un esempio.

«Siamo la Porta a Mare della Toscana. Parlo di tutto il porto: è da qui che le merci così come i turisti entrano ed escono dalla Toscana. Caro turista, passa da qui e vedrai cose che nel resto della Toscana non vedrai…».

Non vorremmo mica metterci alla pari con il Campanile di Giotto a Firenze, con la Torre pendente a Pisa che è un simbolo nel mondo…

«Non dico di immaginarci come città solo turistica ma anche turistica. Ad esempio, non credo che i livornesi non sappiano che abbiamo i vini migliori del mondo: Sassicaia e dintorni. Bolgheri è Livorno: è sulla nostra costa, nella nostra provincia. Livorno sbaglia a considerarsi separata dal resto del suo territorio …».

Ma Livorno città si è sempre percepita come un'isola: prima felice, poi infelice.

«La nascita di Livorno è stata talmente particolare da farne davvero qualcosa di speciale. Ma non siamo più nel Cinque-Seicento delle Livornine e nemmeno a fine Ottocento, quando eravamo la Forte dei Marmi di allora: eravamo così fashion. Adesso non più: eppure il “made in Tuscany” è un marchio ancor più forte del “made in Italy”. Da qui possiamo avere lavoro e sviluppo. Parlo della Darsena Europa (merci) e parlo del porto passeggeri (turisti)».

Vuole dire: senza contrapporre industria e turismo…

«Il turismo lo declinerei con una attenzione allo stile di vita: i vini “supertuscan” devono far parte del “sapore” di Livorno agli occhi del mondo. Ma non snobbo l'industria, rinnegherei me stesso: vorrei che ci ricordassimo che Livorno ha sì una tradizione di fabbriche in settori maturi, e però ha da dire qualcosa anche nelle tecnologie avanzate».

In effetti, ormai fra aziende tipo Kayser, il polo di biorobotica e i centri dell'ateneo pisano ha messo radici a Livorno un mondo della ricerca che ormai vale una "fabbrica" da 150 supertecnici…

«Lei sbaglia: i numeri sono ben più significativi. Nell'area di Porta a Mare c'è una azienda ad esempio di oltre 50 persone che fa design di circuiti elettronici integrati di altissima tecnologia. Nessun livornese la conosce, eccetto gli addetti ai lavori: eppure è un fiore all'occhiello».

Che fare perché questi “fiori” non appassiscano?

«Soprattutto una cosa: evitare che i giovani facciano la valigia e spariscano altrove per sempre. Io sono un prof e lo vedo sempre più spesso».

Spendiamo per “costruire” le intelligenze ma poi vanno altrove a dare frutti nelle professioni o semplicemente come energie della società civile…

«Accadeva anche in passato: ma tornando alla base una volta imparato il mestiere. Oggi chi è volato via resta lontano: non torna indietro e non ci pensa nemmeno. Va bene per un apertitivo alla Baracchina o una rimpatriata con gli amici di un tempo ma tornarci a lavorare, proprio no. Livorno diventa il posto dove tornare in pensione: ci si sta tanto bene ma i migliori anni li spendo altrove. Delle due l'una: o Livorno diventa anche un luogo dove le intelligenze hanno spazio per fare impresa o si rassegni a fare a meno dei suoi uomini e delle sue donne più brillanti».

Salvo il caffè in Baracchina o un tuffo ai Rex...

«Ma il caffè o il tuffo bastano a farti tornare una volta ogni tanto, rischia di non bastare a farti restare».

Cosa servirebbe?

«Un segno di discontinuità».

Ma la discontinuità c'è stata: il M5S a Palazzo Civico.

«Parlo non di chi guida il governo locale bensì della città nel suo complesso. E dico che ci sarebbe bisogno di un segnale simbolico forte: non mi sembra che negli ultimi decenni sia stato realizzato qualcosa di straordinariamente bello. Un'opera-simbolo che faccia capire che la città si è rimessa in marcia…».

C'era chi sognava di fare dello Scoglio della Regina un gioiello architettonico tipo l'Opera House di Sidney…

«Pochi giorni fa ho visto gli elaborati per ripensare il silos in porto. Potrebbe essere lì un punto di svolta: farne un bel centro congressi, sarebbe sempre pieno. Lo dico con l'esperienza di chi ne ha organizzati tanti dal piccolo workshop da cento persone al mega-appuntamento da più di duemila scienziati. Richiede uno sforzo grosso, e soprattutto l'alleanza fra Comune, Authority e privati. Non sarebbe la soluzione di tutti i guai e neppure darebbe un tetto a chi è costretto a occupare gli edifici vuoti ma sarebbe il segnale che la città c'è. Il silos lo butterei giù: ma lo so che questa è un'idea da ingegnere, la Soprintendenza non la pensa così. Ma un segnale forte è indispensabile».

E se nel calcio ci salvassimo dalla retrocessione per via del castigo all'Avellino che taroccava le partite?

«Le speranze di non retrocedere come città, davvero dobbiamo affidarle solo al fatto che qualcuno ripeschi in extremis la nostra economia?».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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