Il Tirreno

Livorno

Truffa e Iva non pagata: sequestri per 630mila euro

di Lara Loreti
Truffa e Iva non pagata: sequestri per 630mila euro

Nei guai tre imprenditori livornesi, padre e figli: fatture false per 570mila euro La Finanza contesta omessi versamenti per 475mila euro: scattano le denunce

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LIVORNO. Truffa aggravata per aver fatto fatture false per 570mila euro nei confronti di una banca, per ottenere prestiti, e omessi versamenti di Iva per 280mila euro e di ritenute ai dipendenti della ditta per 195mila. Per ciò una famiglia livornese, padre, 67 anni, e figli, di 35 e 40 anni, è finita nel mirino della Guardia di finanza. È così che nei loro confronti sono scattate denunce per truffa aggravata (verso il padre e il primogenito) e omessi versamenti (indagati i due fratelli). Non solo. Il Nucleo tributario delle fiamme gialle, coordinato da Maurizio Querqui, nei giorni scorsi ha sequestrato loro due case, dove i due fratelli vivono con le famiglie, un garage, più 88mila euro, mezzi e quote societarie. Per un totale di 630mila euro, che comprendono anche sanzioni e interessi. I finanzieri così facendo hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo di beni, emesso dal gip Antonio Pirato. I reati contestati ai tre si riferiscono al 2013 e riguardano una ditta di trasporti di merce su strada, con un volume d’affari di 5 milioni di euro annui. Società che fino allo scorso anno era amministrata dai fratelli e di cui il padre per un periodo è stato rappresentante legale.

In principio fu la truffa. Le indagini della Procura hanno origine nel 2014 quando una banca livornese presenta una denuncia nei confronti della società di trasporti in questione. Come ricostruito dalle fiamme gialle, la ditta amministrata dai due fratelli e un’altra (risultata del padre dei due) hanno chiesto all’istituto bancario anticipi su fatture relative a crediti poi risultati inesistenti. In pratica, le due imprese avrebbero millantato di avere crediti nei confronti di ditte a cui avrebbero fornito servizi, senza però aver riscosso le relative cifre. E per questo hanno presentato delle fatture per 570mila euro. Solo che, come poi appurato dalla finanza, le operazioni sono risultate inesistenti. La banca si è insospettita nel momento in cui ha riscosso solo una parte del prestito concesso. Gli accertamenti investigativi condotti dal nucleo di polizia tributaria di Livorno hanno consentito di riscontrare la falsità delle fatture per un importo complessivo di circa 570mila euro. Fatture non registrate in contabilità e non trovate dai fornitori indicati nei documenti, essendo state usate, secondo l’accusa, solo per ottenere un’immediata liquidità dalla banca. Morale della favola, le due ditta devono all’istituto 330mila euro. L’autorità giudiziaria ha emesso dunque per padre e figlio il decreto di citazione a giudizio nel mese di settembre 2015, con fissazione dell’udienza nel dicembre 2016.

Da cosa nasce... Iva. Dai controlli della finanza sui prestiti, emergono nuovi particolari che aprono una finestra di possibili ulteriori illeciti. In particolare, vengono fuori mancati versamenti per 195mila euro di ritenute nei confronti dei lavoratori della ditta (che sono circa 50) e 280mila euro di Iva. Segue la segnalazione alla Procura dei due fratelli amministratori pro tempore (succeduti al padre) della ditta. È a questo punto che il gip dispone il sequestro preventivo di denaro e beni per 630mila euro, pari al profitto ritenuto indebito dei 475mila euro e agli interessi maturati, più relative sanzioni per oltre 150 mila euro. I militari del nucleo di polizia tributaria hanno sequestrato anche denaro per circa 88mila euro, tre mezzi per il trasporto di merce (valore 93mila), quote societarie per euro 20mila. A ciò si aggiungono le due case e un garage, in centro città, pari a 300mila euro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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