Gioco
Due anni fa se ne andava Renzo Marmugi, il ricordo della figlia Greta: mio padre ora vive in me
Livorno, era il nostro cronista sportivo, la nostra penna del basket. La figlia racconta il suo dolore ma anche gli insegnamenti che gli ha lasciato: mi sono tatuata le sue parole
LIVORNO. Greta Marmugi ha suo padre negli occhi. Nei capelli d’oro, nella voce, nel modo di parlare. Nell’anima. «Una delle ultime cose che mi ha detto è stata: “Amore mio sei bellissima”. Era malato, stava vivendo i suoi ultimi giorni. Eppure ancora sapeva apprezzare la vita». Sono passati due anni da quando Renzo Marmugi, penna inimitabile dello sport livornese (e non solo) sulle pagine del Tirreno, ci ha lasciati. Greta, sua primogenita oggi quasi 24enne (suo fratello Vittorio ne ha 21), lo ricorda con noi, amici e colleghi. E lo fa rivivere attraverso un racconto commovente, che riaccende una ferita non rimarginata. Ma che soprattutto regala emozioni uniche, le stesse che Renzo ci donava.
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Greta, come ha vissuto questi due anni?
«Chi mi conosce lo sa: mio padre era tutta la mia vita, e all’inizio è stata durissima senza di lui. Mi sono trovata a dirgli: babbo, ma ora io cosa faccio, vengo con te? Pensieri brutti... Poi, un giorno, mi sono svegliata e ho detto: no, io devo vivere anche per lui, perché è inaccettabile che io passi anche solo dieci minuti della mia vita a piangere, quando lui da lassù pagherebbe per essere qui tra noi. Mi sono sentita in colpa nei suoi confronti, come se stessi buttando al vento qualcosa che lui non poteva più avere. E allora ho trovato una forza che non credevo di avere. A 21 anni e mezzo la vita mi ha messo davanti a uno dei dolori più brutti che una ragazza possa avere. Ma da quel dolore sono riuscita a tirare fuori il bene, proprio come faceva lui. Io non l’ho mai visto piangere, anche quando è arrivata quella che lui ha chiamato la sua “sentenza”, non ha versato una lacrima. Ha sempre affrontato tutto col sorriso e con la grinta fino all’ultimo. Io, ora, è così che sto vivendo, a testa alta. E lui vive in me».
Tutti noi lo ricordiamo con affetto. Cosa ha rappresentato Renzo nella sua vita?
«È stato mio padre, mio amico, il migliore esempio che potessi avere. Il nostro è stato un rapporto sofferto: ne abbiamo passate tante insieme, e io stessa ne ho combinate di tutti i colori. A 15 anni sono scappata di casa con un’amica perché lui non voleva mandarmi a Firenze a una festa. Ma in fondo lui è sempre stato il mio eroe, e soprattutto la persona a cui rivolgermi per qualsiasi cosa. Sono sempre stata capricciosa: a 20 anni ancora battevo i piedi. E lui c’era sempre. Ora che non c’è più, mi ritrovo a fare tutto da sola. Dal pagare bollette e assicurazione dell’auto fino alla soluzione dei problemi più seri. Questo mi ha fatto molto crescere. A volte ci parlo, come una scema...».
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Cosa gli racconta?
«Un po’ tutto, poi dipende. Gli dico anche cavolate. Una volta ho battuto la testa contro una mensola piena di libri suoi. E allora gli ho gridato: ma è possibile che in questa casa ci siano sempre nel mezzo tutti questi “troiai”? Ora ci penso io a mettere a posto tutto! Ma alla fine non ho mai buttato via niente. Ogni tanto, in casa, spunta un bigliettino con qualche suo appunto».
I modi di dire di Renzo sono passati alla storia: i nomignoli, le espressioni originali. Quali ricorda con più amore?
«Ho fatto due tatuaggi con le sue frasi: una è un verso de“La Cura” di Battiato, che lui mi cantava sempre. L’ho fatto sul fianco, proprio perché mio babbo sarà sempre al mio fianco: “perché sei un essere speciale e io avrò cura di TE”. Dall’altro lato ho una frase scritta da lui: “l’importante è darsi valore”. Me lo sono tatuato sotto al cuore. Me lo scrisse in una lettera quando avevo 17 anni».
Cosa racconterà di lui ai suoi figli?
«Se avrò dei figli, vorrei che leggessero quello che gli altri hanno scritto su di lui. Ma soprattutto vorrei trasmettere a loro ciò che lui ha lasciato a me: apprezzare la semplicità delle piccole cose, e anche quando tutto va male, trovare un motivo, anche minuscolo, per gioire. Io con lui sono sempre stata felice con poco. Quando andava via per lavoro, io dormivo con la sua foto sotto al cuscino. “Se io non ci sono, tieni questo tesserino, e così sarà come se ci fossi”. Babbo riusciva a farti amare anche il niente. In tutte le cose ci metteva il cuore. Altrimenti non le faceva. Ho solo un rimpianto: me l’hanno tolto troppo presto».
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