Il Tirreno

Livorno

Il film di Virzì strega il festival di Cannes

Cristiana Grasso
Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi sul set del film "La pazza gioia" di Paolo Virzì
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Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi sul set del film "La pazza gioia" di Paolo Virzì

Una interminabile standing ovation per "La pazza gioia", il film del regista livornese Paolo Virzì presentato al festival di Cannes

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CANNES. La pazza gioia è qui. Negli sguardi sinceramente commossi di Paolo Virzì, Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi saliti sul palco per salutare, abbracciati dal calore di una platea e una galleria piene come un uovo. Commossi e pure emozionati sì, perchè va bene che questa non è certo la prima conferma per il regista livornese e per le sue due sensibili e affiatatissime attrici, ma “Cannes è sempre Cannes”.

La standing ovation (la prima della edizione numero 69 del festival in questa sala, la Jw Marriot, dove si proiettano le pellicole della Quinzaine des Realisateurs) sembra non finire più: 10 minuti di applausi. È questo il collaudo, il bollino internazionale: il gradimento entusiasta di un pubblico di cinefili di tutto il mondo, gli applausi, le risate e qualche lacrima quando la storia si inerpica sui sentieri tutti curve e sorprese della commedia drammatica, del dramma che sa farsi comico. Una festa lunga un giorno insomma e accanto a Paolo Virzì, oltre alla moglie Micaela, a condividerla dalla mattina alla notte c'è anche il fratello Carlo autore delle musiche, compreso quel brano che in una scena chiave del film smuove le lacrime anche ai più cinici.

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Scritto da Virzì a quattro mani con Francesca Archibugi “La pazza gioia” è una poetica scorribanda borderline, follia e normalità che confondendosi tra loro rendono assai labili i confini tra le due condizioni. Si fugge quindi insieme alle due travolgenti protagoniste, Donatella Morelli e Beatrice Morandini Valdirana (Ramazzotti e Bruni Tedeschi). Donne tanto diverse che il ricovero coatto a Villa Biondi, in una struttura dove si curano disturbi mentali fa incontrare: la prima è una giovane ex cubista anoressica, umiliata, piena di tatuaggi e di dolenti bronci che ogni tanto si illuminano di sorrisi strepitosi, la seconda una logorroica bipolare che vanta un passato da “Milano da bere” e conoscenze altolocate per nascondere altro dolori e altre delusioni, la borsa di Louis Vuitton e la lingerie raffinata feticci per credersi al sicuro dal mondo che crolla.

La fuga, che l'espediente narrativo cuce in una regia che si districa perfettamente tra qualche flashback e molti incontri (piccoli film nel film), è in realtà un viaggio che le due donne compiono nei rispettivi passati, sempre più reciprocamente coinvolte una nella storia dell'altra. Così Beatrice aiuterà Donatella a liberarsi dell' angoscia di aver “perso” il figlio piccolo e Donatella aiuterà Beatrice a far cadere la maschera che nasconde fragilità e lo strazio per un amore tradito. Un percorso a tappe dentro una Toscana di tutti i colori e mai banale (dalle ville lucchesi alla costa livornese, dalla Versilia a Montecatini) raccontata senza retorica anche dalla non convenzionale fotografia di Vladon Radovic che già si fa notare durante i titoli di testa, con il mare della scogliera livornese inquadrato attraverso un treno che passa.

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Si tornerà a quel treno e a quel momento, ma prima e dopo si affacceranno sullo schermo una miriade di personaggi che anche se con poche battute sono tante piccole perle nella collana di un racconto che a tutti dà forza, significato, potere che sia buono o cattivo. Anna Galiena e Marco Messeri genitori egoisti e anaffettivi di Donatella (ma lei il babbo lo adora ed è convinta che abbia scritto “Senza fine” di Gino Paoli) sono coraggiosamente meschini. E poi Bob Messina quasi tenero e vulnerabile nei panni del ricco ex marito di Beatrice che ancora la concupisce mentre Bobo Rondelli è quel Renato che ha spezzato il cuore a Beatrice. Ma non c'è volto di questo film che non meriterebbe di essere narrato. Simone Lenzi e Isabella Cecchi genitori adottivi che fanno venire i brividi, Emanuele Barresi tassista paterno che sfida le ire di Renato...

Tante facce (molte toscane) e tanti spunti, così non dovrebbe mai finire l'incontro con Paolo Virzì e Micaela Ramazzotti dopo la proiezione. Un film che prende spunto dalla cultura basagliana e dall'antipsichiatria. E poi c'è da parlare di Toscana: «Il mio set, il mio microcosmo... Perché per me gli operai sono a Piombino, la Las Vegas di casa nostra con le discoteche in Versilia, le ville dei signori in Lucchesia».

Infine un'ennesima dichiarazione d'amore alle “sue attrici”, «due persone eccezionali, durante il film tante volte è accaduto che grazie a dei loro guizzi abbiamo deviato dal copione». Insieme a Micaela, che spiega quanto abbia amato il personaggio di Donatella, («forse perché anch'io sono stata per un periodo una ragazza ferita») poi un tenerissimo e divertente tuffo nel passato, nella storia del loro amore iniziata 10 anni fa sul set di "Tutta la vita davanti". Il primo incontro lo raccontano tutti e due, lei che all'inizio non se lo filava, lui subito innamorato cotto. Cinema galeotto e grazie a questa collaborazione tre personaggi femminili indimenticabili: Anna di “La prima cosa bella”, Donatella di “La pazza gioia” e Sonia appunto in “Tutta la vita davanti”.

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di Redazione web