Il Tirreno

Livorno

Occupazione, mazzata anche in trasferta

Occupazione, mazzata anche in trasferta

Chiude una industria a Pisa: tremano oltre 60 livornesi (più della metà degli operai e gran parte dei lavoratori dell’indotto)

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LIVORNO. Non bastavano i guai dell'industria della nostra città, adesso si abbatte sugli operai livornesi anche un terremoto che riguarda una fabbrica alle porte di Pisa: è la Carlo Colombo spa, dove la proprietà ha paradossalmente annunciato il primo maggio l'intenzione di chiudere. In gran parte livornesi i 68 addetti trema la terra sotto i piedi: secondo quanto riferiscono gli stessi dipendenti dello stabilimento con sede nella zona di Ospedaletto, una quarantina le famiglie di lavoratori labronici che rischiano di finire nei guai. Di più: vanno aggiunti altri 25 addetti delle ditte esterne, anch'esse in prevalenza con “targa” livornese, senza contare che il rame da lavorare era in arrivo dalle banchine del porto di Livorno (almeno fino al recente passato).

Dal punto di vista dei riflessi sull'occupazione (e sulle buste paga) è come se avesse chiuso i battenti un'altra fabbrica di media importanza fra quelle di Livorno, ma è “invisibile” perché è in terra pisana.

SEMILAVORATI IN RAME

La Carlo Colombo spa si occupa di produzione di semilavorati in rame. Tradotto: prende il minerale e ne fa soprattutto cavi elettrici. O, come preferiscono dire dal quartier generale milanese, coprono «la filiera completa: dalla colata continua di catodi di rame alla vergella, ai vari semilavorati di rame (barre, fili, multifili, trefoli, corde, trolley)».

Nasce nel dopoguerra a Milano e sbarca all’inizio del decennio scorso a Pisa partendo dalle ceneri delle ex Fonderie Pisane. La storia da impresa a guida familiare cambia quando entrano nel capitale un team di banche e soprattutto la multinazionale anglo-elvetica Glencore che molti conoscono per la lunghissima vicenda Alcoa in Sardegna (con la famiglia Colombo alla quale non resta in mano altro che una partecipazione modesta).

L'ultimo atto è il faccia a faccia a Roma al ministero dello sviluppo economico: c’era anche Gianfranco Simoncini, livornese, consigliere del governatore Enrico Rossi nella trincea incandescente del lavoro. È un tavolo che conosce bene per aver fatto la spola sull’asse Firenze-Roma per le crisi industriali come Trw quando era assessore regionale. E ora affida a un tweet la segnalazione flash: «Richiediamo il ritiro della mobilità, 8 giugno incontro al Mise» (cioè al ministero dello sviluppo economico).

Già, perché il punto dal quale le istituzioni pisane e i sindacati intendono ripartire è il fatto che l’azienda tolga dal tavolo la procedura di mobilità per metterci invece un nuovo piano industriale. Invece all’interno della società è prevalsa la linea di “curare” l’indebitamento da 200 milioni di euro semplicemente riducendo al minimo le attività e concentrandole nella sede di Pizzighettone. E questo nonostante – riferiscono alcuni fra i lavoratori che rischiano il posto – la fabbrica pisana sia moderna, abbia i requisiti, le certificazioni e le apparecchiature anti-inquinamento più avanzate. È difficile da capire come si vada a smantellare la fabbrica dove erano stati fatti investimenti rilevanti anche per i costosi filtri per l’abbattimento delle emissioni inquinanti.

IL PRESIDIO

È per questo – cioè per impedire che l’azienda possa avere la tentazione di portare via dallo stabilimento pisano alcune apparecchiature – che gli operai hanno dato vita a un presidio permanente davanti ai cancelli dello stabilimento. Temono che i vertici dell’azienda vogliano trasferire le attrezzature a Pizzighettone o realizzare quanto possibile vendendole ad altri soggetti.

A spingere per il concentramento nel solo sito industriale di Pizzighettone, secondo quanto viene riferito, sarebbero state soprattutto le banche, che avevano ventilato anche l’ipotesi di puntare dritto a una procedura fallimentare. Non l’avrebbe spuntata, cioè, il piano della multinazionale che inizialmente aveva ipotizzato una ricapitalizzazione nell’ordine dei 70 milioni di euro lasciando in stand-by lo stabilimento di Pisa per un periodo di 12-24 mesi.

LE AVVISAGLIE

Che qualcosa non funzionasse lo si sapeva da tempo: sono anni che si va avanti fra contratti di solidarietà e cassa integrazione. Restano solo un ricordo il periodo in cui ai cancelli era un andirivieni di tir e lo stabilimento lavorava fra 900 e mille tonnellate di rame al giorno. Dal quartier generale dell’azienda si dichiara fra la sede toscana di Ospedaletto e quella lombarda di Pizzighettone «una capacità produttiva di oltre 400mila tonnellate/anno. Ma – si giustifica l’azienda nella nota inviata alle contropoarti – il mercato è a crescita zero mentre l’aggressività dei concorrenti e la crescita del costo dell’energia hanno portato a ridurre i volumi delle vendite, i prezzi di listino e il fatturato nel suo complesso.

Dalle 94mila tonnellate di rame lavorato nel 2010 la produzione nella fabbrica pisana è scesa alle 67mila dello scorso anno. Con un avvitamento della crisi: ormai da alcuni mesi i macchinari sono stati spenti. Fino al fax in cui l’Unione industriale ha annunciato ai sindacati la scelta dell’azienda: stop al sito produttivo di Ospedaletto e messa in mobilità di tutta la forza lavoro.

Mauro Zucchelli

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