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Muore storico caposala una vita in ospedale
Livorno. S’è spento a 71 anni infermiere conosciuto e stimato in città: da tre anni soffriva per una grave malattia. Il dolore dei cinque figli
LIVORNO. «Era una persona speciale, di quelle che quando le cerchi ci sono sempre, e per chiunque». È un ritornello: tutti quelli che conoscevano Giuliano Vesciano lo descrivono così. S’è spento domenica 8 maggio a 71 anni, livornese doc, storico caposala del pronto soccorso dove ha lavorato per circa 30 anni. Il suo cuore ha smesso di battere dopo tre anni di sofferenze dovute a una brutta malattia. È morto nella sua abitazione, a San Marco: «Non è voluto andare alle Cure Palliative perché voleva stare con noi in casa. Ci ha passato tutta la sua vita in ospedale, per questo gli ultimi momenti li ha voluti trascorrere con tutti noi. Ha lottato fino alla fine, un vero combattente», dice il figlio Claudio, in lacrime ieri durante il corteo funebre, curato dalla Svs, che s’è svolto da via Solferino, dove l’infermiere viveva insieme alla moglie, fino al cimitero dei Lupi per la funzione religiosa, celebrata nella cappellina.
Giuliano Vesciano aveva trascorso tutta la sua vita professionale nell’ospedale di Livorno: 40 anni, in totale, durante i quali s’è fatto apprezzare da tutti i colleghi e anche dai numerosissimi pazienti che ha assistito. Era inoltre una delle anime del Gads, Gruppo autonomo donatori di sangue dipendenti Asl, che aveva sostenuto senza mai tirarsi indietro e partecipando attivamente, finché la salute glielo ha permesso.
Lunedì 9 maggio pomeriggio, una folla di persone si è stretta intorno alla sua famiglia per l’ultimo saluto. C’erano tanti amici e colleghi dell’ospedale, sia in servizio sia in pensione. Tutti intorno alla moglie, Dina Chiappini, e ai cinque figli: Marzio, Claudio, Valerio, Elena e Fabiano. L’infermiere lascia anche otto nipotini, di varie età, che adorava. «Non ci ha mai dato pensieri - racconta il figlio Claudio - Stava male, ma non voleva darci noia e sopportava in silenzio: era il suo modo di amarci. La gente lo ha sempre stimato per la sua disponibilità: stiamo ricevendo moltissime manifestazioni di affetto, e per questo voglio ringraziare tutti».
La verve di Giuliano Vesciano si manifestava anche nelle sue passioni: oltre alla famiglia, con cui amava trascorrere il suo tempo, il suo pallino era il Livorno calcio. E amava il pallone in generale tanto da esser stato prima calciatore, poi arbitro e anche allenatore. Lo sottolinea il figlio Claudio: «Era un tifoso vero, lui è sempre andato allo stadio. E ha continuato a farlo fino a pochi mesi fa, finché è riuscito a salire le scale degli spalti del Picchi. Ha ceduto solo quando la malattia lo ha messo ko. Per noi è stato un esempio».
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