Il Tirreno

Livorno

teatro a lutto

E' morto padre Davanzati, fondatore del Grattacielo

di Mauro Zucchelli
Padre Davanzati (al centro) durante una recente conferenza stampa
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Padre Davanzati (al centro) durante una recente conferenza stampa

Se ne è andato a 96 anni, generazioni di livornesi lo hanno apprezzato e hanno frequentato il suo centro artistico in via del Platano

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LIVORNO. Era nato a Livorno proprio mentre nasceva il Partito Comunista. Era stato mandato ad affiancare padre Eugenio Guidubaldi proprio mentre la Chiesa faceva in anticipo il suo Sessantotto con la stagione del rinnovamento del Concilio Vaticano II. I suoi superiori lo avevano portato via nel 2007 appena prima che qui, come e più di altrove, si abbattesse la crisi che inghiotte occupazione, redditi e futuro. Ma in mezzo a questi tre punti cardinali della parabola di vita di padre Valentino Davanzati c’è stato anche molto altro: non si può davvero dire che non abbia lasciato il segno questo gesuita che si è spento alle soglie dei 96 anni, dopo una esistenza intensa e appassionata.

“Era innamorato del cinema e dell’arte come strumenti di conoscenza di Dio e dell’uomo”: così, con le parole di Luca Collodi, giornalista livornese di Radio Vaticana, lo ricorda il giornale on-line della diocesi dando l’annuncio della morte. Come in una delle frasi-simbolo di padre Davanzati: “La strada dell’intelligenza e della bellezza portano sempre a Dio”. Il suo modo per servire quel Dio al quale aveva consacrato la vita tanti anni fa? Far crescere il lievito della cultura: a cominciare da cinema e teatro non solo come forme di spettacolo ma anche come strumenti espressivi. Insomma, non qualcosa da stare a vedere dalla platea bensì una produzione di cultura dal basso. Erano gli anni in cui una figura di intellettuale come padre Guidubaldi era riuscito a chiamare al centro artistico personaggi del calibro di Ungaretti o di Camilleri (che faceva parte dell’entourage di Orazio Costa): avevano bisogno di un mediatore, o forse di un “mediano”, che si sfiancasse a fare da ufficiale di collegamento con il mondo locale: erano gli anni in cui a sinistra si provò con Silvano Filippelli l’avventura della “Casa della cultura”.

Per Davanzati era essenziale offrire alla città una alternativa culturale di lunga lena. Del resto, si è messo in gioco in prima persona. L’ha fatto guidando con piglio il centro artistico Il Grattacielo: un gioco di parole “gratta-cielo” ma anche l’emblema geografico dell’innovazione negli anni del boom in cui tutto sembrava possibile. L’ha fatto avendo per qualche anno la responsabilità di quell’altra fucina di teatro ecclesiale che è stato l’Istituto del Dramma Popolare a San Miniato: vi tornerà, ormai ultranovantenne, per un evento a fine estate di un paio di anni fa, perché – come avrebbe detto lui – la cultura non va in pensione. L’ha fatto sul palcoscenico, anche nel cinema: come quando nel film “Gostanza da Libbiano”, girato da Paolo Benvenuti nel 2000 e dedicato alla figura di una vedova finita nel mirino dell’Inquisizione per stregoneria: non solo collabora alla sceneggiatura ma riserva a sé stesso la parte di mons. Roffia, uomo di potere e duro inquisitore. Altro che clergy-man o jeans e camicia, Davanzati non avrebbe rinunciato per nulla al mondo alla sua tonaca nera fino in fondo ai piedi: quasi una divisa da “soldato di Cristo”, come si autodefinì in una lettera all’ex compagno di scuola Carlo Azeglio Ciampi per ironizzare sull’imbarazzo di ritrovarsi con i pennacchi di “grand’ufficiale” al merito della Repubblica. Tanto ortodosso dal punto di vista religioso quanto inquieto e aperto sotto il profilo intellettuale: basti pensare al fatto che arriverà da Livorno, cioè dal centro di padre Davanzati, la richiesta al Vaticano se era accettabile rappresentare il nichilismo e l’assurdità del teatro di Samuel Beckett sul palcoscenico di una istituzione religiosa. Di più: Paolo Poli gli aveva confessato in una lettera tutta la meraviglia di essersi ritrovato lui, “figlio delle tenebre”, a calcare le scene di un prete, “figlio della luce”.

No, non era una esagerazione quell’identikit da prete vecchio stile che anzi ce la metteva tutta per evitare anche che lo stile burbero prendesse toni affettuosi come il don Camillo di Fernandel: in dottrina era apparentemente rigidissimo – racconta chi l’ha conosciuto bene – eppure i suoi “lunedì danteschi” avevano finito per prendere, con più di dieci anni di anticipo, la fisionomia di quella “cattedra dei non credenti” che a Milano con scalpore inventerà il cardinal Martini (che padre Davanzati ritroverà in seguito, nel susseguirsi di sedi dopo lo spostramento da Livorno). Quella Livorno che gli rimarrà nel cuore: al punto da farlo quasi vacillare nel voto dell’obbedienza assoluta quando il padre provinciale decise che per i gesuiti era venuto il momento di dare l’addio ai livornesi. Aveva obbedito perché un “soldato di Cristo” fa così, ma quando l’avevano spostato poi a Firenze, sgattaiolava nella “sua” Livorno tutte le volte che poteva.

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