Il Tirreno

Livorno

L'ultimo abbraccio a Costanza Algranti

Enrico Paradisi
Commozione alla cerimonia per l'addio a Costanza Algranti (Marzi Pentafoto)
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Commozione alla cerimonia per l'addio a Costanza Algranti (Marzi Pentafoto)

Nella chiesa di San Jacopo, in mezzo a una folla di amici e parenti, davanti al suo mare l’addio alla designer Algranti scomparsa a 54 anni

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LIVORNO. L'ultimo saluto della sua Livorno, davanti al mare di San Jacopo, è uggioso, sotto un cielo plumbeo e gonfio di tristezza. Nella parrocchia di don Ivano Costa, amici e conoscenti si sono stretti attorno ai familiari di Costanza Algranti, la designer livornese scomparsa il 10 aprile a 54 anni, dopo una lunga malattia, a Milano, dove si era trasferita per sfidare il mondo con la sua creatività. Nelle sue volontà aveva chiesto di essere cremata e le sue ceneri, conservate nell'urna deposta ai piedi dell'altare durante la cerimonia, saranno sparse in mare.

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Quel mare da dove tutto era partito, «raccogliendo legni spiaggiati, pezzi di barche, ciottoli e metalli ossidati che si sono ricomposti, insieme alle loro piccole storie, in nuovi oggetti», come racconta la sua pagina web. Nel laboratorio milanese del quartiere Isola, trasformava materiali di ogni genere, grondaie, lamiere e bancali in mobili e oggetti di arredamento richiesti e apprezzati ovunque. La sua mano si ritrova oggi in molti locali del capoluogo lombardo che ha arredato. Un lavoro che sarà proseguito dal nipote Pietro, salito da cinque anni su a Milano a lavorare a fianco della zia.

In chiesa, di fronte ai fratelli Giorgio e Gabriele (la mamma Gabriella, 86 anni è rimasta a casa), Paolo Razzauti ha iniziato la preghiera leggendo il vangelo di Matteo, «Nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre». «Semplicità e umiltà - ha detto Razzauti - sono caratteristiche della nostra vita e la morte non è un punto terminale, ma un punto di rinnovo», e ricordando Costanza bambina, conosciuta quando era viceparroco proprio a San Jacopo, ha spiegato che la sua memoria, ciò che è stata e ciò che ha proposto, è testimonianza di quello che in fondo lei oggi ci dice, «che bisogna rinnovarci, perché Costanza non vedeva tanto quello che faceva, ma quello che era».

Poi, inframezzato dalle canzoni che Costanza preferiva, il commosso ricordo del fratello Giorgio che ha preso la parola all'ambone: «Aveva scelto come città Milano, che l'aveva accolta con grandissimo amore, ma il mare non è mai uscito dal suo cuore. Affermava con orgoglio: io sono di Livorno e sono fatta di salmastro e di libeccio. È sempre stata vulcanica e quel libeccio nel suo laboratorio si sente davvero. Come la lealtà e la sincerità che per lei erano valori imprescindibili. Libertà, amore e bellezza. Si riassume così un'eredità che ha lasciato non solo a Pietro ma a tutti noi».

Una donna eccezionale – l'ha definita il fratello maggiore, Gabriele – che ha dato tantissimo a tutti quelli che ha toccato. Costanza ha sempre avuto la capacità di catalizzare intorno a lei persone speciali. «Negli ultimi anni – ha aggiunto Giorgio – ha avuto al suo fianco due persone fantastiche: Annamaria "Cicci", e Barbara che hanno rinunciato alla loro vita per l'unico piacere di starle accanto».

Costanza era anche una grande atleta e sportiva. Aveva insegnato tennis in Banditella, racconta Riccardo Ferretti, cui gli fa eco l'avvocato Andrea Ghezzani: «Una persona straordinaria che ha fatto appassionare allo sport i miei due figli». E Fausto Criscuolo, colonna della racchetta livornese, prima di entrare in chiesa la ricorda così: «Io e Costanza siamo diventati campioni italiani Under 16 di doppio misto a Cremona. Una ragazza solare, sempre piena di iniziative».

Alle ultime panche tra altri tennisti i suoi compagni di liceo della sezione B dell'Enriques. Da una parte c'è Umberto Leonardini, vice direttore del personale della questura: «Era la persona più brillante e frizzante in classe con una grande gioia di vivere. Trasmetteva una carica positiva a tutti. Da qualche anno non ci vedevamo, ma era una di quelle persone che lasciano il segno». Stesso pensiero per un altro compagno di classe, Maurizio Trusendi, comandante della polizia provinciale, che ricorda di un caffè preso anni fa al Gabbro vicino casa sua, dove Costanza aveva degli amici.

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