Il Tirreno

Livorno

Addio all'artista che "resuscitava" gli oggetti

Mauro Zucchelli
Costanza Algranti
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Costanza Algranti

Livorno ha salutato per l'ultima volta Costanza Algranti, l'artista-designer che creava mobili riusando materiali di scarto. Era una campionessa di tennis e tutto era nato per caso risistemando una vecchia casa

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LIVORNO. Per raccontare al mondo una briciola di quel che era Costanza Algranti, il filosofo Armando Massarenti tira fuori due fotogrammi che la raffigurano meglio di mille parole. L’uno prende a prestito una citazione di Le Corbusier che vedeva nel mare della Costa Azzurra il suo luogo dello spirito: almeno quanto Costanza lo ritrovava nel “suo” mare della “sua” Livorno anche adesso che aveva messo radici a Milano. L’altro rievoca il “Letto” di Robert Rauschenberg del ’55: perché estimatori, acquirenti e galleristi mettevano i suoi mobili “praticamente appesi alle pareti come quadri”.

Non sembri una esagerazione da elogio funebre: “non c’è confine fra design, arte e scultura nell’opera di Costanza”, scrive sul supplemento domenicale del “Sole 24 Ore”. C’è semmai memoria: i materiali di riciclo hanno una storia, un vissuto, un tracciato fatto di ammaccature e striature, segni che nelle mani di Costanza sono diventati un racconto fatto di oggetti che diventano soggetti.

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Eppure lo spiritaccio livornese, ironico e beffardo, quando era lei a inorgoglirsene e, al tempo stesso, a meravigliarsene: non aveva fatto altro che mettere insieme i materiali più incredibili – pezzi di botti, spicchi di mobili, rosicchioli di rame, frantumi di rottami e scampoli di grondaie ma anche uno zibaldone di roba portata a riva dal mare - e farli “parlare”. Saltava fuori così nell’AlgrantiLab al civico 28 di via Pepe, a Milano, zona stazione Garibaldi, e poi dentro una casa che, a quel punto, non sarebbe stata più la stessa.

Lo diceva bene Adelaide Corbetta su Marie Claire: “Non è un posto normale dove normalmente comprare un mobile, quello di Costanza Algranti è un laboratorio dove le sue idee di costruzione trasformano materie prime”. In realtà, più che “prime” sarebbero “seconde” perché la prima vita l’hanno già vissuta: magari sono stati vecchi bancali oppure legname adoperato durante il cantiere di un tratto di metropolitana o una striscia di grondaia, eccoli che gli uni ce li ritroviamo tramutati in letti, l’altro trasformato in poltrona e il pluviale lo riscopri come tavolo. Tuttavia, hanno ragione a definirle materie prime perché il riuso non è un rammendo posticcio bensì un modo differente di prendere una cosa e proseguirne la storia.

Tutto è cominciato così, prima di arrivare a Milano, scoprendo quel che può esserci dietro l’intonaco di un vecchio muro, come racconterà lei al New York Times che dedica una pagina ai suoi oggetti e a lei con quel piglio sfrontato labronico. Colpa di una casa di campagna da risistemare, diceva in una intervista al Corriere ricordando quel che aveva imparato da un saldatore che si era autonominato architetto capocantiere e suo maestro sul campo.

Non è forse vero che le materie prime-seconde hanno preso a raccontarle una storia da inventare quando se ne andava a scovare i legnetti incredibili e misteriosi che restituisce il mare a ogni mareggiata? Era la prima metà degli anni ’90, Costanza aveva alle spalle il talento da campionessa di tennis e un presente da allenatrice. Ma anche la voglia di fare della propria storia personale una materia prima-seconda, un legnetto arrivato dal mare che diventa un attaccapanni, le ex botti che si fanno grandi sedie nel segno del vino rosso, gli imballaggi di vernici che rinascono come parquet: un’altra vita è possibile. Anche adesso, e non vale solo per i mobili: a quelli in gestazione e a quelli da inventare ci penseranno i ragazzi dell’AlgrantiLab, a cominciare dal nipote Pietro.

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