Il Tirreno

Livorno

«Le false notizie, un’arma di propaganda»

di Andrea Scutellà; di Andrea Scutellà
«Le false notizie, un’arma di propaganda»

Un ricercatore dell’Imt Lucca spiega la psicologia del lettore: spesso cerca conferme, non la verità

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«Non chiamatele bufale: sono fenomeni di disinformazione. E sono molto pericolosi: in alcuni casi parliamo di meccanismi di propaganda studiati». Walter Quattrociocchi (nella foto con l’ex Segretaria di Stato Usa Madeleine Albright) è a capo del CssLab dell’Imt di Lucca, che si occupa di «capire, anticipare e controllare i fenomeni di massa». È da poco tornato dal Global security forum (15,16 aprile - Bratislava, Slovacchia), dove è stato invitato per discutere della disinformazione di massa con gli stati maggiori degli eserciti della Nato.

«È un sistema complesso per cui si combinano più fattori - spiega Quattrociocchi -, partendo da una realtà in cui ci sono tante informazioni ma la gente legge poco. È un pensiero quasi religioso: c'è la complessità del mondo che cambia, non la capisco benissimo, allora mi affido alle informazioni che circolano. Ma non in base a un criterio di verità, ma a quello che conferma la mia convinzione». Insomma: quello dell’informazione è un meccanismo in cui emozioni e convinzioni contano più dell’attendibilità e chi lo sa cerca di sfruttarlo.

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Non solo: in questi casi, secondo Quattrociocchi e la sua equipe, è inutile smentire: le persone restano dell’opinione di partenza. «In molti cercano informazioni secondo alcune leve psicologiche e chi le diffonde le conosce. Al Global security forum è venuto fuori l’esempio della propaganda russa, che è un’arma potente che ha il fine di manipolare l’opinione pubblica interna. Ma c’è chi lo fa per i clic su internet o per gioco. Questa storia delle spiagge è tipica: porta l’ansia del terrorismo in un contesto in cui le persone si sentono sicure. Una volta insinuato, però, questo meccanismo è così perverso che non ti frega più del valore di verità dell'informazione. Se hai paura dei vu cumprà-terroristi è inutile dire che non c’è motivo: ti tieni la paura».

E, visto che i fenomeni di correzione vengono ignorati, la risposta che Quattrociocchi dà alla domanda “Che fare?” è incerta, ma punta sulla prevenzione. «Bisogna rivedere tutto il sistema a monte, la responsabilità del giornalista, il controllo delle fonti. Dobbiamo smettere di giocare sulla paura».

C’è chi, però, nell’operazione di smentita s’impegna comunque. È il caso di “Open migration”, il sito pensato dalla Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (Cild) per diffondere un modo migliore di comunicare le migrazioni. «Per smontare una “bufala” - spiega Alessandro Lanni - serve soprattutto competenza. Spesso nasce da un’informazione di parte o comunque viziata dalla propaganda. Qualche giorno fa si è parlato di 500 potenziali jihadisti nelle carcere minorili italiane, ma in realtà il totale dei detenuti è inferiore a 500 e i minori sono ancora meno, come ha fatto notare Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone».

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