Italia
L’Acquedotto Leopoldino nel degrado: cade a pezzi - Video
Raggiungere le storiche arcate nel bosco di Parrana S. Giusto è quasi impossibile Percorso accidentato tra rovi e sporcizia. I cittadini: «Bene storico da tutelare»
LIVORNO. La sua costruzione, iniziata alla fine del Settecento, è stata ultimata nel 1816 sotto Leopoldo II. Lo scorso secolo le giovani spose lo sceglievano come luogo privilegiato dove farsi fotografare in abito bianco. E fino a qualche decennio fa, in tanti ci puntavano per lunghe e rilassanti passeggiate nel verde. Oggi, niente più di tutto ciò: l’Acquedotto Leopoldino, 18 chilometri di arcate in alcuni tratti doppie, da Colognole al Cisternino, è divorato dai rovi, immerso nella vegetazione più selvaggia. Tra rifiuti e degrado assoluto, non più raggiungibile a piedi se non da temerari che hanno il coraggio di spingersi nella macchia.
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Il punto peggiore è quello nel bosco di Parrana San Giusto: lì ci sono delle scalette di accesso completamente ricoperte di arbusti e una parte è persino stata recintata da (quel che resta di) un vecchio nastro bianco e rosso. Ma soprattutto la struttura non è in sicurezza: cade letteralmente a pezzi. Nel bosco infatti, sotto agli archi memori di antichi splendori, giacciono interi pezzi di pietra che solo lontanamente ricordano i tempi che furono. E pensare che appena sette mesi fa, il ministero dei Beni culturali si è pronunciato, dichiarandolo monumento storico di interesse culturale.
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I cittadini di Nugola hanno preso a cuore il problema e si sono uniti per denunciare la situazione. In particolare, la battaglia contro il degrado e per la messa in sicurezza della struttura è portata avanti dal comitato “Salviamo il salvabile” di Nugola, presieduto da Angela Sagona. «Sono ormai quasi dieci anni che lottiamo per questa causa e abbiamo già ottenuto dei risultati importanti – spiega Sagona – Prima di tutto, nell’aprile 2010 siamo riusciti a firmare un protocollo di intesa con il Comune di Livorno, che è proprietario della struttura, con quello di Collesalvetti, e poi con Provincia e Soprintendenza dei beni culturali di Pisa. Da allora sono passati sei anni esatti, e nessuno ha mosso nulla. Nel frattempo, lo scorso settembre, è arrivato anche il riconoscimento, da parte del Ministero, dell’acquedotto come bene vincolato di interesse culturale. Ma neanche questo traguardo è servito a spronare il Comune livornese».
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Sottolinea le storture fatte finora nella gestione dell’acquedotto Pasquale Camacci, anche lui del comitato Salviamo il salvabile: «Questo monumento fa davvero acqua da tutte le parti. E c’è una cosa davvero inspiegabile: per garantire lo scorrimento dell’acqua, in alcuni punti è stata spaccata la pietra per infilarci dentro dei tubi. Ma in una fase successiva, sono state messe anche tubazioni esterne: allora, a cosa è servito deturpare il monumento?. A questo punto, l’amministrazione e l’Asa, competente per la manutenzione, devono intervenire».
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