Il Tirreno

Livorno

Ricatto al marchese, maresciallo assolto

di Lara Loreti
Ricatto al marchese, maresciallo assolto

Lo Voi era accusato di aver sfruttato la divisa per migliorare la posizione della moglie, dipendente nella tenuta Incisa

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LIVORNO. «Avvisa mamma!». Sono queste le prime parole che pronuncia al telefono con i familiari, un attimo dopo la sentenza di assoluzione. Contenere l’emozione è impossibile per Gaetano Lo Voi, siciliano di 53 anni, maresciallo dei carabinieri in pensione, ex comandante della stazione di Donoratico. Il giudice Carlo Cardi ha appena letto la sentenza del processo che lo vede imputato per concussione, tentata concussione e truffa ai danni dello Stato per il caso del presunto ricatto al marchese Nicolò Incisa, notissimo produttore del vino Sassicaia: Lo Voi, assistito dagli avvocati del foro di Palermo Maria Grazia Schiavone e Rodolfo Calandra, è assolto perché il fatto non sussiste. «Sono felice perché non ho fatto nulla! Sono stati sei anni di tortura per me e per la mia famiglia. Ora è tutto finito, sono troppo contento. Non ho altre parole», ha detto il maresciallo.

Assolta anche l’altra imputata, Giuseppina Zambardino, 59 anni, originaria di Capua, ma residente nel Cecinese, con il marito Michelangelo Fedele. L’accusa nei suoi confronti era truffa ai danni dello Stato. «È la fine di una tragedia, che è durata davvero troppo», è il commento a caldo di Zambardino, rappresentata dall’avvocato Marco Talini. Ieri nel tardo pomeriggio, la sentenza è stata letta dal giudice Cardi, presidente del collegio formato da Antonio Del Forno e Tiziana Pasquali. In aula anche il pubblico ministero Gianfranco Petralia, che a gennaio aveva chiesto 4 anni e sei mesi per Lo Voi e sei mesi per Zambardino.

Il processo è partito dalla denuncia che Carlo Paoli, direttore della azienda vinicola del marchese, la Citai, aveva presentato in Procura a Livorno a metà 2010: secondo l’accusa, il carabiniere, nel chiedere che la moglie, impiegata nella tenuta, fosse trasferita dalla cantina all’ufficio, aveva fatto valere con atteggiamento minatorio la sua posizione di comandante della stazione dell’Arma. Accusa che però è completamente decaduta. Il maresciallo – come sottolineato dal suo legale Calandra – era stato solo insistente nel chiedere il trasferimento della moglie, affetta da mal di schiena, con tanto di certificati medici portati a dimostrazione della patologia. «Lo stesso marchese, seduto qui, nell’aula del tribunale, ha dichiarato di non essersi mai sentito minacciato dal maresciallo Lo Voi, “né io né la mia azienda”. E allora, se è il proprietario della tenuta a parlare in questi termini, ci sono altri dubbi?», è la domanda retorica posta dall’avvocato Calandra.

Nel corso del processo, è anche emerso che Lo Voi spesso prendeva il caffè al bar con Michelangelo Fedele. «Il mio assistito, all’inizio, neanche lo conosceva», ha detto Calandra nell’arringa conclusiva. E stesso Lo Voi ha poi commentato: «Io sono un grande consumatore di caffè, Donoratico è piccola: è un reato incrociare una persona al bar? La verità è che ero stato preso ingiustamente di mira». Sollevata e soddisfatta della decisione del giudice l’avvocata Schiavone: «Questa sentenza per noi è “epocale”: sono stati anni duri per Lo Voi e questo suo pianto è lo sfogo di tutto quello che ha patito».

Diversa la posizione processuale di Giuseppina Zambardino: l’accusa per lei era di aver affittato a Lo Voi, a fine 2007, per 650 euro al mese, un suo appartamento di 100 metri quadri collocato a Donoratico, in maniera fittizia, facendo ricevute false. «La mia assistita ha registrato il contratto di locazione e ha sin da subito, dal 2007, regolarmente pagato le tasse, facendo tutto secondo la legge», ha detto l’avvocato Talini durante le sue conclusioni. Concetto rafforzato dalla stessa Zambardino: «Ma uno, oltre a pagare le tasse e rispettare le regole, cosa deve fare?». L’accusa di truffa ai danni dello Stato verso Lo Voi si fondava su un calcolo basato sul confronto tra le spese sostenute dal militare, lo stipendio e i prelievi dal suo conto corrente fatti allo sportello bancomat: «Conteggi molto complessi – hanno commentato i legali – che non dimostrano nulla».

La sentenza di assoluzione ha suscitato grande gioia in Giuseppina Zambardino: «Finalmente questo incubo è finito». Compiaciuto l’avvocato Talini: «Sono soddisfatto: il processo è stato lungo e le difese hanno lavorato molto, non avevo dubbi che sarebbe andata così».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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