Lutto
«Fu una strage non una tragedia»
L’accusa di Nogarin, ripresa anche dal senatore Silvio Lai Presenti le vittime del disastro ferroviario di Viareggio
LIVORNO. Il sindaco Filippo Nogarin lo aveva promesso: come lo scorso anno torna a pronunciare la parola «strage» sul rogo del Moby Prince. «Strage e non tragedia - dice -, come ostinatamente pretendiamo che sia chiamata». Una parola che rischia però di essere depotenziata dall’intervento di Silvio Lai, presidente di quella commissione d’inchiesta in cui tutti ripongono le più grandi speranze. «Non ho paura a chiamarla strage - dice - per la dimensione dello strazio delle persone coinvolte». Ma lo strazio non determina certo la differenza tra la strage, la tragedia o lo spiacevole incidente.
Il sindaco, dopo aver pasticciato con i nomi dei senatori presenti, inizia con i ricordi. «Io mi trovavo in servizio alla Pubblica Assistenza e fui tra i tantissimi volontari che intervennero sulla banchina quella notte - ha ricordato -. Se chiudo gli occhi posso ancora sentire le sirene, l’odore tossico di petrolio e di fumo». Nogarin riprende il filo dei giudizi: «Ci hanno raccontato che nessuno è responsabile della strage del Moby Prince. Nessuno è prima di tutto un’offesa immonda alle vittime, ma è anche uno schiaffo in pieno viso ai loro familiari, inflitto da 25 anni a ognuno di loro. Trecento mesi, 9.125 giorni, 219mila ore di schiaffi violenti, inferti senza pietà a chi ha già subito la disgrazia di perdere su quel traghetto un pezzo della propria vita».
Già: c’è chi su quel traghetto ha perso tutto. Angelo Chessa, figlio del comandante Ugo e presidente dell’associazione 10 aprile, ha lasciato nella pancia del Moby Prince entrambi i genitori. «Dopo 25 anni vedo per la prima volta che la verità sta uscendo - ha detto -. La commissione ha riconosciuto che la vita a bordo è durata tempo. Sono 25 anni che lo ripetiamo». Anche il presidente dell’associazione 140 Loris Rispoli, fratello di Liana, dopo aver attaccato duramente l’allora comandante della Capitaneria di porto Sergio Albanese ha detto: «Ringrazio la politica». Frase che non si sente spesso in questo periodo.
Infatti Raffaele Cirillo, padre di Ciro, è un fiume in piena: «Ringraziamo gli organi politici di ora, Loris, ma non quelli del passato - ha detto -. Ci hanno messo 25 anni e 25 anni sono troppi per sapere la verità. Io ho navigato 40 anni, si dimenticano ancora oggi la sicurezza sulle navi. Questo è il problema». L’uomo, campano di Torre del Greco, non risparmia neanche l’armatore Onorato: «La Capitaneria e l’armatore devono pagare le conseguenze. Quest’ultimo non ci ha mandato neanche un telegramma di circostanza, ci ha lasciato soli sulla banchina».
Insieme ai parenti delle vittime del Moby Prince c’erano anche quelli della strage ferroviaria di Viareggio, in cui sono morte 32 persone: due dei cinque capi d’accusa al processo, entro dicembre, rischiano di andare in prescrizione. «Io non ero un passeggero - spiega Marco Piacentini, che porta sul volto i segni del deragliamento -. Ero tranquillamente a casa mia insieme ai miei figli e insieme a mia moglie. Il treno ci è entrato in casa e ora loro sono morti». È ancora Loris Rispoli a commentare: «Non esiste prescrizione per il dolore».
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