Il Tirreno

Livorno

«Nella “pancia” del Moby abbiamo visto l’inferno»

di Mauro Zucchelli
«Nella “pancia” del Moby abbiamo visto l’inferno»

Parlano Valli e Mattei i due ormeggiatori che hanno salvato l’unico sopravvissuto e scoperto che a entrare in collisione con la petroliera non era stata una bettolina

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LIVORNO. «Come abbiamo fatto a scoprire noi che a finire contro la petroliera non era stata una bettolina bensì il Moby Prince? Abbiamo dato retta all'istinto: eravamo sotto l'Agip Abruzzo offrendo aiuto ai marittimi nel caso volessero abbandonarla, abbiamo sentito che i soccorritori stavano dando l'allarme perché qualcuno aveva notato avvicinarsi una nave che si muoveva come se nessuno la guidasse, era senza più governo in mezzo a quel caos. E' stato un flash, abbiamo capito che doveva avere qualcosa a che fare con qualcosa di strano che avevamo scorto poco prima: come un inverosimile baluginare di fiamme dietro una sagoma scura. E ci siamo buttati da quella parte». Valter Mattei (ma tutti lo conoscono come Villi) e Mauro Valli sono gli ormeggiatori che quel mercoledì di 25 anni fa esatti esatti capiscono che da lì, a meno di un niente dall'imboccatura di uno dei primi 25 porti del Mediterraneo, è accaduta una apocalisse di morti. Sono loro a scoprire il Moby, sono loro a salvare l’unico sopravvissuto: eppure sono a bordo dell'imbarcazione della Coop ormeggiatori, sette metri di vetroresina, quasi un guscio di noce in mezzo al bailamme di fuoco.

«Che si trattava del Moby Prince ce l'ha detto il mozzo Alessio Bertrand, l'unico che ce l’ha fatta», raccontano Villi e Valli che a distanza di un quarto di secolo sfogliano l’album di quel giorno. «Quel traghetto l'avevamo ormeggiato in passato più di cento volte, eppure era talmente devastato dalla collisione e dal rogo che non l'abbiamo neanche riconosciuto». Bertrand lo trovano aggrappato all'esterno della poppa del Moby.

«Laggiù col Moby eravamo soli», dice Mattei. Eppure c'era un gran vorticare di mezzi di soccorso, rimorchiatori, motovedette, fa notare il cronista. «In quel momento eravamo soli», ripete lui.

Bertrand lo passano a una motovedetta perché lo porti a terra: hanno in testa che se ne hanno ripescato uno, potrebbero trovare anche altri in mare, magari aggrappati a un salvagente. Non è una idea bislacca, lo confermerà indirettamente lo stesso mozzo quando, giorni dopo, in un albergo di Quercianella incontra Valli che lo va a salutare. «Mi ha raccontato – riferisce ora l'ormeggiatore livornese – che il personale di bordo libero dal lavoro, una dozzina di persone più o meno, era in una saletta a poppa a vedere la partita della Juve. Hanno sentito l'urto, hanno capito che qualcosa di molto grave era accaduto. Hanno visto le fiamme e hanno cercato di salvarsi, anche provando ad aprire il portellone di poppa ma senza riuscirci. Hanno preso a fuggire per trovare un luogo sicuro, hanno girato varie zone del traghetto». Alla fine resterà il solo Bertrand. Ma già questo lascia capire che la fine dei 140 morti non è stata affatto istantanea: non c'è stata una “bomba atomica” che in un attimo ha polverizzato tutto. Basti pensare che quasi la metà dei cadaveri è stata trovata nel salone deluxe protetto dalle porte tagliafuoco…

Dopo che Valli e Mattei hanno consegnato il mozzo alla motovedetta si ributtano nella mischia. Solo che intanto «il Moby è sparito», come dice Mattei. I motori erano ancora in funzione e il traghetto continuava a girare chissà dove. Si rimettono a caccia della nave fantasma e, complice anche una scia di odore di petrolio, riescono a ritrovarla. Non è una palla di fuoco come ci si immaginerebbe, ma «qualcosa che assomigliava al bruciatore di una caldaia: le lingue di fuoco uscivano dagli oblò», racconta Mattei. È come se il petrolio fosse stato inghiottito: il rogo è nella “pancia” del traghetto. «È lì che abbiamo pensato di guardare per capire se c'era speranza di trovare qualcuno vivo a bordo», riferiscono Valli e Mattei: «Guardare dentro lo squarcio che il Moby aveva a prua».

Una pazzia? Solo per chi non conosce la tribù degli ormeggiatori: abituati a volteggiare come libellule con le loro piccole barche per andar talmente sotto le maxi-petroliere o i mega-cargo fin quasi a toccarle, magari a tre metri da eliche più grandi di loro che mulinano a un palmo dal naso.

Non basta: dentro questo scenario è ancor più singolare la storia personale di Villi e Valli, classe '51 entrambi, amici dai tempi delle elementari, tutti e due ormeggiatori da una vita, tutti e due da decenni alla guida di comitive ai quattro angoli del mappamondo con "Avventure nel mondo". Neanche avrebbero dovuto mettersi in mare quel mercoledì notte di 25 anni fa eppure non ci hanno pensato un attimo («per favore, la smetta di disegnarci come una sorta di simil-Rambo di provincia perché siamo proprio l'esatto contrario, lo capisce che in mare si fa così?»).

Fatto sta che per guardargli dentro, il Moby dovevano affiancarlo e poi passargli davanti tagliandogli la rotta. «La nostra barca faceva sette nodi, il Moby quasi altrettanto: le abbiamo inventate di ogni mentre dall'alto cadeva di tutto, roba infuocata. Alla fine ce l'abbiamo fatta, eravamo davanti. Abbiamo guardato là dentro e abbiamo visto un inferno di fuoco: difficile che si fosse salvato qualcuno».

Resta sul tavolo il rebus della nebbia. C'era o no? Inchieste, atti giudiziari, testimonianze mostrano che con pari perentorietà c'è chi è sicuro che la nebbia c'era e chi in modo ugualmente risoluto nega. «Io che in quei minuti in quel pezzo di mare c'ero davvero posso solo ripetere che hanno ragione tutti e due», dice Villi Mattei. «Si vedevano benissimo le navi in rada verso ovest, si vedeva bene la città e tutto il resto. Eccetto nel bel mezzo un piccolo banco di nebbia assai localizzato che poi se lo ritroveranno verso il porto». Interviene Valli: «Non c'è peggior cosa che credere di vedere». E da qui parte lo scenario che disegnano sulla base di quel che hanno visto con i loro occhi. «Probabile che dal Moby, ritenendo di veder nitida tutto quel che c'era in rada, abbiano pensato di poter andare a vista su una rotta consueta». L'esperienza di tanti anni in mare – aggiungono – dice che sì, il radar ha un allarme anti-collisione ma «non è raro che in condizioni di tranquillità venga disattivato perché suona spesso ed è fastidioso. Si sono infilati nel banco di nebbia che nascondeva la petroliera, appena se ne sono accorti era troppo tardi».

Quanto ai soccorsi, anche se i pompieri avessero uno scafandro per salire a bordo – affermano – sarebbe impossibile portare via qualcuno sano e salvo, morirebbe per il troppo calore. «Se capitasse di nuovo? Credo che a distanza di 25 anni l’epilogo tragico non potrebbe essere molto diverso».

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