Il Tirreno

Livorno

Nel rogo del Moby in fumo la verità: restano solo i dubbi

Mauro Zucchelli
Il relitto del Moby Prince in porto: sullo sfondo le gru e i depositi petrolchimici (Repetti Pentafoto)
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Il relitto del Moby Prince in porto: sullo sfondo le gru e i depositi petrolchimici (Repetti Pentafoto)

Per 70 minuti è un “Ufo marino” la nave che urta la petroliera. Nebbia sì ma soprattutto sulla posizione dell’Agip Abruzzo. Poi il salone deluxe si trasforma in un inferno assediato dal fuoco

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LIVORNO. Nessuno restituirà mai a Loris Rispoli il viso solare della sorella Liana, a bordo del Moby come responsabile della boutique, o alla famiglia Giardini il sorriso sincero della figlia Priscilla, imbarcata come cassiera, oppure a Giacomo Sini la possibilità di crescere con accanto quel padre ufficiale di Marina che era sul traghetto Navarma perché a sua volta aveva un padre accanto al quale voleva passare qualche giorno nella sua Sardegna. Non esiste una carta o una perizia che curi questi strappi del cuore ma pesa più di un Himalaya sul petto il fatto che un quarto di secolo non sia bastato a trovare né responsabili né giustizia per quella che la notte d'un mercoledì di aprile con i 140 morti nel rogo del Moby Prince è stata la più grossa tragedia della marineria civile italiana dalla fine della guerra.

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C'è un susseguirsi di dubbi e punti interrogativi che lasciano senza pace nella ricostruzione di quel che avvenne nella rada del porto di Livorno a bordo del traghetto Livorno-Olbia. Proviamo a passarli in rassegna, anche se in realtà l'uno si accavalla all'altro e l'uno si intreccia all'altro così da essere, alla prova dei fatti, assai di più di quanti riusciremo a scandagliare.

  1. IL TRAGHETTO  E' UN FANTASMA PER 70 MINUTI

È solo alle 23,35, cioè un'ora e dieci dopo la collisione, che due ormeggiatori si imbattono in quel che è andato a finire contro la petroliera Agip. Sono loro a raccogliere il mozzo unico superstite che si salva aggrappandosi al parapetto di poppa del Moby, che dopo l'impatto ha proseguito in fiamme la propria corsa. Eppure ci sarebbe il mayday lanciato dal marconista dopo la collisione. Troppo flebile per essere udito? Ok, ma resta un mistero come sia possibile che nessuno veda il rogo che sta divampando a bordo di una nave lunga 131 metri, sulla quale dalla tank 7 della petroliera si sono riversate da 100 a 300 tonnellate di petrolio Iranian Light che hanno preso fuoco. Ammesso che ci fosse davvero, la nebbia può nascondere un incendio di queste proporzioni?

  1. L’INCREDIBILE REBUS  DELLA NEBBIA CHE TUTTO COPRE

La “verità” giudiziaria alla quale approda l'inchiesta di Palazzo di Giustizia è un mix di errore umano e nebbia. L'arrivo di un «improvviso banco di nebbia» è la versione sulla quale insistono i marinai a bordo della petroliera. Idem il mozzo Alessio Bertrand, unico sopravvissuto, che in dibattimento ricorda di aver incrociato un timoniere del Moby che gli dice che c’era nebbia e sono finiti contro una nave.

Tutto chiaro? Neanche per idea. Anzi, i dubbi ben più fitti di quel nebbione. Anche se l'avvocato Paolo Bassano, legale di parte civile, nell'ultimo libro di Elisabetta Arrighi, indica un aspetto: difficile pensare che trenta marittimi reggano negli anni a difendere una versione di comodo. Tuttavia, una sfilza di testimoni contraddice questo scenario: cittadini a spasso sul lungomare, due aspiranti guardiamarina dell'Accademia, perfino un capitano della Guardia di finanza uscito in mare durante la fase dei soccorsi. Senza contare le parole dell'Avvisatore marittimo e il video girato dalla terrazza di casa D'Alesio. In rotta di collisione sono due verità contrapposte.

«Le indagini e i processi sono state incardinate sul presupposto che c'era. Ma se proviamo a togliere la nebbia cambia tutto»: non sono le parole di un pm, di un testimone o di un perito. Bensì del regista Manfredi Lucibello, che ha girato il docu-film “140 la strage dimenticata”: la nebbia – dice – è «un mantello che ha protetto tante persone, tante cause diverse ma accomunate dall'obiettivo di coprire o minimizzare le responsabilità».

  1. È UN MISTERO ANCHE LA POSIZIONE DELLA PETROLIERA

Ci sono molte cose da chiarire anche sulla posizione della petroliera, al di là della “verità” giudiziaria ufficiale. Non è un segreto che a lungo inquirenti e periti abbiano indagato sul reale posizionamento della petroliera: (appena) fuori dal “cono” di uscita delle navi dal porto o dentro alla zona off limits per motivi di sicurezza? Tradotto: colpa della nebbia, della distrazione o della velocità eccessiva, il Moby finisce contro l’Agip Abruzzo perché quest’ultima è lì dove non doveva essere?

Ma la posizione porta con sé anche un altro punto di domanda, ancor più destabilizzante del precedente: la petroliera era orientata con la prua verso mare o verso terra? Non è una curiosità. Chissà per quale motivo ma non sono mancati periti che hanno indicato scenari in cui l’Agip Abruzzo risultava orientata in senso opposto a quello messo nero su bianco nella verità “ufficiale”. Cosa comporta? Una sconvolgente ipotesi: la collisione sarebbe avvenuta dal lato opposto, insomma l’Agip sarebbe stata urtata dal Moby mentre stava tornando indietro verso il porto. Il libro di Arrighi mette l’accento sulla testimonianza di un tecnico che vuol mantenere l’anonimato e indica che piccoli rottami e pezzetti di legno vennero ritrovati non nelle acque lato porto bensì in direzione Romito: c’entrano le correnti marine e il gran bailamme dei soccorsi nelle ore successive alla collisione oppure, al contrario, è la traccia per capire che l’identikit della sciagura è ben diverso da quello che si crede.

Ma un interrogativo tira l’altro. E allora: quale ragione poteva avere il comandante del Moby per far rientrare verso Livorno il traghetto appena partito? Si è affacciata l’idea di un guasto che manda in tilt il timone ma a destare scalpore fu soprattutto che nel corso delle indagini i supertecnici scovarono tracce di semtex, esplosivo ad alto potenziale. La l’idea di un attentato resta confinata nel romanzesco: non la confermano né il tipo di deformazione del luogo dove sarebbe avvenuta l’esplosione né la testimonianza del mozzo sopravvissuto né l’audio del videotape girato da uno dei passeggeri e rimasto miracolosamente intatto.

  1. LA STRANA DIREZIONE DEL TIMONE E IL SABOTAGGIO

Il timone del Moby viene trovato con le pale girate 30 gradi a dritta, come se si stesse tentando una disperata manovra di emergenza: lo sottolineano alcuni periti del fronte delle parti civili. Dipende dal fatto, come rievoca l'avvocato Bruno Neri ricordando i vari passaggi dell'inchiesta nell'ultimo libro di Elisabetta Arrighi, che il traghetto si è trovato a dover evitare un peschereccio presente in zona off limits? Ma l'apparato va in tilt e il contro-comando partito dalla plancia non raddrizza le pale per via di un guasto. Eppure, quando viene riattivata dai periti con un generatore l'elettricità a bordo, dopo che tutti gli apparati erano stati distrutti dal rogo, la timoneria però mostra di essere funzionante e di rispondere ai comandi. Di più: la testimonianza del nostromo smentisce l'idea che il Moby marciasse in "automatico", era impostato su "manuale".

Detto per inciso, c'è da ricordare che questa testimonianza salta fuori perché il nostromo confessa di aver cercato di manomette, a sciagura avvenuta, l'apparato direzionale del traghetto come chiesto da un ispettore della società armatoriale. Il tentativo viene accertato e tuttavia, come accade un po' ovunque in tutta questa vicenda, viene ritenuto una mezza colpa o comunque, siccome si capisce che non è una idea balzana del nostromo e al tempo stesso non si riesce a provare chi gliel'ha ordinato davvero, ecco che anche questo minimo filone giudiziario collaterale finisce nel nulla.

  1. IL CASO SPRINKLER: L'ANTI-INCENDIO CHE NON FUNZIONA

Il traghetto aveva l'apparato anti-incendio previsto dalle norme e lo aveva funzionante: nel senso che era efficiente. Solo che non era "acceso". Era tenuto prudenzialmente in stand-by perché, come faceva notare uno dei legali delle parti civili, sarebbe stato alimentato con acqua di mare e, se fosse partito inavvertitamente, avrebbe potuto danneggiare gli arredi della nave. Ma anche questo tassello del puzzle finisce in una sorta di limbo: non c'è modo di dimostrare che è una decisione della compagnia, dunque sarà stata una pensata del comandante Chessa ma dicendolo un po' sottovoce perché anche il comandante è morto nel rogo. Del resto, nei misteri della Repubblica non c'è prassi più consolidata che appiccicare la colpa a un morto: è il capro espiatorio perfetto. Anche se il teorema della disattenzione perché stavano tutti guardando la partita è messo ko dall'unico sopravvissuto: il mozzo Bertrand dice di aver portato i panini in plancia e testimonia che il comandante non era per niente appassionato di calcio. Gli sprinkler non avrebbero certo potuto domare il rogo di qualche centinaia di tonnellate di petrolio all'esterno del traghetto ma forse avrebbero potuto influire sui tempi di sopravvivenza delle persone a bordo.

  1. IL DUELLO SUI TEMPI DI SOPRAVVIVENZA DELLE 140 VITTIME

La botta nella fiancata della petroliera con la prua del traghetto che fa da apriscatole, centinaia di tonnellate di petrolio che finiscono sul Moby (e in mare) incendiandosi per via delle scintille create dalla collisione fra lamiere, una palla di fuoco in un attimo: ecco la "fotografia" che quasi tutti si sono fatti nell'immaginario. La collisione e in un attimo la morte: come una bomba atomica che in quel momento polverizza tante esistenze. Dunque, nessun colpevole della collisione perché è tale il guazzabuglio di ipotesi da non capirci più nulla. E il dopo? Se la morte è arrivata in un battibaleno è inutile prendersela con i ritardi dei soccorsi: assolti anche loro.

Con il traghetto appena partito, se la morte fosse arrivata in pochissimo tempo è ragionevole pensare che le vittime sarebbero state trovate un po' qua e un po' là. Invece no: nel salone deluxe vengono recuperati una sessantina di cadaveri. Non è un caso: è l'area del traghetto protetta dalle porte tagliafuoco. Il libro di Arrighi dice chiaro e tondo che è la riprova del fatto che, di fronte al rogo, il personale di bordo cerca di salvare i passeggeri facendoli confluire dentro il salone sicuro.

  1. TUTTI A CERCARE SCAMPO DENTRO IL SALONE DELUXE

Ma il fuoco assedia il salone e non è un incendio "normale": è alimentato da una enorme quantità di petrolio che finisce per circondare il salone. Il rogo lo "salta" perché le porte tagliafuoco reggono ma il traghetto è una palla di fuoco grande più di 130 metri: il petrolio brucia, anzi impregna gli arredi e brucia. Si innalzando la temperatura e si crea un mix di esalazioni tossiche che, insieme alla brusca diminuzione dell'ossigeno disponibile, rendono irrespirabile l'aria. Con un paradosso: non funzionano l'anti-incendio degli sprinkler (che avrebbe potuto ovviamente ben poco di fronte a tale virulenza delle fiamme) ma anche in mezzo a quest'apocalisse di fuoco continua a girare il sistema di aerazione che di fatto spinge i fumi nocivi anche là dove il rogo non è ancora arrivato.

Un'idea suicida? Un clamoroso sbaglio? Sappiamo com'è finita ma, se pensiamo con la testa di quanti hanno vissuto gli attimi concitatissimi di quell'inferno, ecco che una logica c'è: siamo vicinissimi al porto - avranno pensato - ora scatteranno i soccorsi, c'è solo da mettersi al sicuro nell'attesa.

Già, ma quanto c'è da attendere? Settanta minuti solo perché qualcuno, cioè due ormeggiatori, si accorga che a finire contro la petroliera non è stata una bettolina come inizialmente detto (perfino dal comandante dell'Agip Abruzzo!) bensì qualcosa 50 volte più grande: il Moby.

Ci vorranno altre quattro ore perché una persona metta piede sul traghetto dalle lamiere roventi quasi ovunque: è uno degli addetti della ditta Neri, abituati a far miracoli nei recuperi marini nelle acque di mezzo mondo. Deve solo agganciare il cavo di traino. Poi i soccorritori torneranno a bordo pià di otto ore dopo il rogo. E nel salone deluxe troveranno la “tomba” di tanti cadaveri, quasi tutti ammassati verso una delle uscite del salone: facile intuire con quale terrore negli occhi se ormai erano pronti a fuggire dal luogo ritenuto sicuro...

  1. L'ELICOTTERO FILMA IL CADAVERE  SUL PONTE DEL MOBY

Le perizie dei consulenti della Procura indicano in mezz'ora il tempo di sopravvivenza. Le controperizie di parte respingono al mittente quest'ipotesi e, sulla base dell'esame dei corpi senza vita, insistono a dire che l'agonia è stata ben più lunga: in genere attorno a un'ora e mezza, forse un paio di ore. Anche perché non dappertutto sono arrivati il fuoco e una temperatura altissima. Basti pensare al fatto che è stato possibile mostrare in tv il video girato a bordo del Moby dalla famiglia Canu: segno che la plastica della videocassetta ha resistito.

Un'altra vicenda incredibile - contestata nell'aula di giustizia - riguarda il cadavere sul ponte del traghetto. Lo riprende il videooperatore a bordo dell'elicottero dei carabinieri: tutt'altro ogni cosa è stata devastata dal rogo, quel corpo no. Eppure più tardi, in altri filmati stavolta realizzati dai vigili del fuoco, lo si vede carbonizzato. Segno che è morto in un secondo tempo, ucciso dal fortissimo calore del ponte arroventato?

  1. IL GIALLO DELLE NAVI RIMASTE ANCORA SENZA NOME

Abbiamo qui fatto riferimento all'elicottero dei carabinieri e a quello dei vigili del fuoco. Però per filmare. Perché non utilizzare elicotteri anche per i soccorsi? E' un argomento analizzato nei processi: ma per dire che 1) i tempi per attivare e far arrivare in loco un elicottero sarebbero stati tali da renderlo vano; 2) per motivi di sicurezza non si può far volare un elicottero sopra un rogo.

Ma c'è anche un altro elicottero che, come è emerso nelle audizioni in commissione parlamentare, esistono testimonianze che attestano la presenza di un elicottero nel cielo sopra il luogo della sciagura già pochi minuti dopo. Impossibile che sia un velivolo di soccorso proprio per i tempi di attivazione. Non resta che credere che fosse un elicottero messo a sorveglianza dei trasbordi di armamento da parte delle navi militarizzate americane. E allora torna l'interrogativo: possibile credere che, con la Guerra del Golfo appena finita com'era finita, il Pentagono non avesse gli occhi puntati su Camp Darby e sul porto di Livorno che ne era il braccio logistico?

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di Redazione web