Toscana
Il telefono che squilla alle 3: «Ciro è su quella nave»
I familiari delle vittime hanno avuto l'esistenza devastata da quel lutto: nel libro di Elisabetta Arrighi le loro parole in tante preziose testimonianze
LIVORNO. Loris Rispoli, la sorella Liana l'aveva vista «la sera del giorno prima della sciagura al buffet della stazione per prendere insieme un caffè». C'erano le ragazze che lavoravano insieme a lei e c'era Ciro Di Lauro, il marinaio che tenterà poi di sabotare il timone a bordo del relitto. La rivedrà «all'interno di un capannone portuale: il suo corpo coperto da un telo, distrutta nella sua bellezza». Con l'occhio affettuoso di fratello la descrive ancora ora «come al momento del disastro si fosse avvinghiata a qualcuno, che poi abbiamo scoperto essere i coniugi Guizzo i quali, avendo figlie di quell'età, avevano forse voluto proteggerla».
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È questo uno dei fotogrammi che troviamo nel nuovo libro dedicato alla sciagura da Elisabetta Arrighi, che per lunghi anni ha seguito l’“affaire Moby” per conto del Tirreno: si intitola “Moby Prince, novemila giorni senza verità” (edizioni Ets) e verrà presentato nel pomeriggio di sabato 9 alle ore 17 al museo provinciale di storia del Mediterraneo a Livorno.
È il racconto dei mille misteri di questa “Ustica del mare”, delle incongruenze che saltano fuori dai faldoni delle indagini e dalle risultanze dei processi. Ma, con gli occhi di adesso, a 25 anni di distanza, il libro indaga nelle esistenze spezzate dei familiari la cui normalità è andata in frantumi quel mercoledì notte che sembra così lontano: come Occhetto che ha appena tolto la falce e martello dai vessilli della sinistra, come J.R in tv con la serie “Dallas”Come Bill Clinton che è ancora un semisconosciuto governatore dell'Arkansas e non si è ancora lanciato alla conquista della Casa Bianca…
«Papà e mamma li avevo visti a Natale, tre mesi e mezzo prima della tragedia»: sono le parole di Angelo Chessa, figlio del comandante Ugo: «Avevo portato in Sardegna la fidanzata che avevo conosciuto a Milano. Avevamo ottimi rapporti. Mia madre era una bella persona, solare, con la spontaneità e simpatia dei toscani».
La sua è una battaglia in trincea: in nome della verità e soprattutto in nome dell'onore di suo padre, al quale le indagini finiscono per buttare la croce addosso pur di salvare tutto il resto. Per Paola Bruno, madre di Alberto Bisbocci, invece più che la lotta resta un pianto che ha asciugato una vallata intera di lacrime: «Tutti i giorni, da venticinque anni, – si racconta nel libro – percorre la strada che porta al cimitero di Vada. Si lascia alle spalle il paese, che d'estate brulica di turisti e d'inverno mostra strade vuote, solitarie, spesso spazzate dal vento gelido di tramontana o dal libeccio». Il marito era morto quando suo figlio non aveva più di 16 anni: inutile dire che «Alberto era tutto mamma e io ero tutta figlio», spiega lei con dolcezza.
Le parole non bastano per riprendere il filo di quel giorno: «Voglio sapere, chiedevo in giro, se ieri sera si è imbarcato su quella nave un furgone con sopra una barca. Mi rispondevano di stare tranquilla. Ebbi un malore, quando riaprii gli occhi vidi davanti a me un signore, che solo dopo scoprii essere Enzo Farnesi, che mi diceva: calmati, su quella nave ho la mia bambina».
Le storie rincorrono le storie: un pezzetto dopo l’altro sono l’emblema di una normalità interrotta. Quella della famiglia Cirillo era già stata spezzata pochi mesi prima: nei giorni dell’apocalisse del Moby – racconta Raffaele Cirillo, padre di Ciro – «la nostra famiglia era in lutto: iIl 10 dicembre del 1990, esattamente quattro mesi prima del disastro, avevo perso mia moglie Angela, la mamma di Ciro». È un tipo che non si arrende, è stato sindacalista: «Alle tre del mattino – afferma nel libro – suonò il telefono: erano i miei cognati da Livorno, mi dissero che era accaduto un incidente alla nave sulla quale era imbarcato Ciro. Nessun’altra telefonata, tantomeno dall’armatore della nave, e questa è una cosa che non posso perdonare».
Stefania Giannotti, moglie di Antonio Sini, sente nel silenzio notturno un rumore come quello di una gomma che scoppia». Forse l’eco lontana della collisione? Chissà, fatto sta che lei e la madre alle 23 erano a letto. Il figlio Giacomo, quella verità che non è arrivata sulla morte del padre, è andata a cercarla da fotogiornalista nei luoghi dei dannati della Terra: come nel Kurdistan di Kobane. Guai a tirare in ballo scenari strani («hanno soltanto lo scopo di allontanare l’attenzione dal cuore del problema, dalle vere responsabilità»). E aggiunge: «Ritengo – spiega nella testimonianza raccolta da Arrighi – sia inconcepibile che l’armatore, cioè il padrone dell’azienda che ha contato una settantina di lavoratori morti, ne esca pulito, come la Capitaneria di porto per quanto riguarda i soccorsi».
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