Il Tirreno

Livorno

Il salone del Moby una trappola in mezzo al rogo

di Mauro Zucchelli
Il salone del Moby una trappola in mezzo al rogo

Dietro lo scontro sui tempi di sopravvivenza la battaglia per le responsabilità dei soccorsi

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LIVORNO. Nell'apocalisse del Moby Prince, che in un mercoledì notte di 25 anni fa cancellò 140 vite, tutto si riassume nel mistero della nebbia: quella meteorologica che, secondo le sentenze, avvolgendo d'improvviso la petroliera è stata la causa numero uno della sciagura; quella giudiziaria che, a giudizio dei familiari delle vittime, ha impacchettato colpe e colpevoli per metterli al riparo. A ciò si aggiunga anche il fatto che è rimasta nella nebbia perfino la posizione esatta della petroliera: al punto che negli scenari prefigurati da alcune perizie di parte si è addirittura immaginato che il traghetto Navarma abbia urtato l'Agip Abruzzo non da nord, cioè quello lato porto, bensì da sud, cioè rientrando verso il porto per qualche incredibile motivo. Ipotesi fantascientifica anche per varie voci dal fronte delle parti civili, e tuttavia mai definitivamente cancellata dagli scenari (im)possibili di questa incredibile sciagura.

4) LA STRANA DIREZIONE

DEL TIMONE

E IL SABOTAGGIO

Il timone del Moby viene trovato con le pale girate 30 gradi a dritta, come se si stesse tentando una disperata manovra di emergenza: lo sottolineano alcuni periti del fronte delle parti civili. Dipende dal fatto, come rievoca l'avvocato Bruno Neri ricordando i vari passaggi dell'inchiesta nell'ultimo libro di Elisabetta Arrighi, che il traghetto si è trovato a dover evitare un peschereccio presente in zona off limits? Ma l'apparato va in tilt e il contro-comando partito dalla plancia non raddrizza le pale per via di un guasto. Eppure, quando viene riattivata dai periti con un generatore l'elettricità a bordo, dopo che tutti gli apparati erano stati distrutti dal rogo, la timoneria però mostra di essere funzionante e di rispondere ai comandi. Di più: la testimonianza del nostromo smentisce l'idea che il Moby marciasse in "automatico", era impostato su "manuale".

Detto per inciso, c'è da ricordare che questa testimonianza salta fuori perché il nostromo confessa di aver cercato di manomette, a sciagura avvenuta, l'apparato direzionale del traghetto come chiesto da un ispettore della società armatoriale. Il tentativo viene accertato e tuttavia, come accade un po' ovunque in tutta questa vicenda, viene ritenuto una mezza colpa o comunque, siccome si capisce che non è una idea balzana del nostromo e al tempo stesso non si riesce a provare chi gliel'ha ordinato davvero, ecco che anche questo minimo filone giudiziario collaterale finisce nel nulla.

5) IL CASO SPRINKLER:

L'ANTI-INCENDIO

CHE NON FUNZIONA

Il traghetto aveva l'apparato anti-incendio previsto dalle norme e lo aveva funzionante: nel senso che era efficiente. Solo che non era "acceso". Era tenuto prudenzialmente in stand-by perché, come faceva notare uno dei legali delle parti civili, sarebbe stato alimentato con acqua di mare e, se fosse partito inavvertitamente, avrebbe potuto danneggiare gli arredi della nave. Ma anche questo tassello del puzzle finisce in una sorta di limbo: non c'è modo di dimostrare che è una decisione della compagnia, dunque sarà stata una pensata del comandante Chessa ma dicendolo un po' sottovoce perché anche il comandante è morto nel rogo. Del resto, nei misteri della Repubblica non c'è prassi più consolidata che appiccicare la colpa a un morto: è il capro espiatorio perfetto. Anche se il teorema della disattenzione perché stavano tutti guardando la partita è messo ko dall'unico sopravvissuto: il mozzo Bertrand dice di aver portato i panini in plancia e testimonia che il comandante non era per niente appassionato di calcio. Gli sprinkler non avrebbero certo potuto domare il rogo di qualche centinaia di tonnellate di petrolio all'esterno del traghetto ma forse avrebbero potuto influire sui tempi di sopravvivenza delle persone a bordo.

6) IL DUELLO SUI TEMPI

DI SOPRAVVIVENZA

DELLE 140 VITTIME

La botta nella fiancata della petroliera con la prua del traghetto che fa da apriscatole, centinaia di tonnellate di petrolio che finiscono sul Moby (e in mare) incendiandosi per via delle scintille create dalla collisione fra lamiere, una palla di fuoco in un attimo: ecco la "fotografia" che quasi tutti si sono fatti nell'immaginario. La collisione e in un attimo la morte: come una bomba atomica che in quel momento polverizza tante esistenze. Dunque, nessun colpevole della collisione perché è tale il guazzabuglio di ipotesi da non capirci più nulla. E il dopo? Se la morte è arrivata in un battibaleno è inutile prendersela con i ritardi dei soccorsi: assolti anche loro.

Con il traghetto appena partito, se la morte fosse arrivata in pochissimo tempo è ragionevole pensare che le vittime sarebbero state trovate un po' qua e un po' là. Invece no: nel salone deluxe vengono recuperati una sessantina di cadaveri. Non è un caso: è l'area del traghetto protetta dalle porte tagliafuoco. Il libro di Arrighi dice chiaro e tondo che è la riprova del fatto che, di fronte al rogo, il personale di bordo cerca di salvare i passeggeri facendoli confluire dentro il salone sicuro.

7) TUTTI A CERCARE

SCAMPO DENTRO

IL SALONE DELUXE

Ma il fuoco assedia il salone e non è un incendio "normale": è alimentato da una enorme quantità di petrolio che finisce per circondare il salone. Il rogo lo "salta" perché le porte tagliafuoco reggono ma il traghetto è una palla di fuoco grande più di 130 metri: il petrolio brucia, anzi impregna gli arredi e brucia. Si innalzando la temperatura e si crea un mix di esalazioni tossiche che, insieme alla brusca diminuzione dell'ossigeno disponibile, rendono irrespirabile l'aria. Con un paradosso: non funzionano l'anti-incendio degli sprinkler (che avrebbe potuto ovviamente ben poco di fronte a tale virulenza delle fiamme) ma anche in mezzo a quest'apocalisse di fuoco continua a girare il sistema di aerazione che di fatto spinge i fumi nocivi anche là dove il rogo non è ancora arrivato.

Un'idea suicida? Un clamoroso sbaglio? Sappiamo com'è finita ma, se pensiamo con la testa di quanti hanno vissuto gli attimi concitatissimi di quell'inferno, ecco che una logica c'è: siamo vicinissimi al porto - avranno pensato - ora scatteranno i soccorsi, c'è solo da mettersi al sicuro nell'attesa.

Già, ma quanto c'è da attendere? Settanta minuti solo perché qualcuno, cioè due ormeggiatori, si accorga che a finire contro la petroliera non è stata una bettolina come inizialmente detto (perfino dal comandante dell'Agip Abruzzo!) bensì qualcosa 50 volte più grande: il Moby.

Ci vorranno altre quattro ore perché una persona metta piede sul traghetto dalle lamiere roventi quasi ovunque: è uno degli addetti della ditta Neri, abituati a far miracoli nei recuperi marini nelle acque di mezzo mondo. Deve solo agganciare il cavo di traino. Poi i soccorritori torneranno a bordo pià di otto ore dopo il rogo. E nel salone deluxe troveranno la “tomba” di tanti cadaveri, quasi tutti ammassati verso una delle uscite del salone: facile intuire con quale terrore negli occhi se ormai erano pronti a fuggire dal luogo ritenuto sicuro...

8) L'ELICOTTERO FILMA

IL CADAVERE

SUL PONTE DEL MOBY

Le perizie dei consulenti della Procura indicano in mezz'ora il tempo di sopravvivenza. Le controperizie di parte respingono al mittente quest'ipotesi e, sulla base dell'esame dei corpi senza vita, insistono a dire che l'agonia è stata ben più lunga: in genere attorno a un'ora e mezza, forse un paio di ore. Anche perché non dappertutto sono arrivati il fuoco e una temperatura altissima. Basti pensare al fatto che è stato possibile mostrare in tv il video girato a bordo del Moby dalla famiglia Canu: segno che la plastica della videocassetta ha resistito.

Un'altra vicenda incredibile - contestata nell'aula di giustizia - riguarda il cadavere sul ponte del traghetto. Lo riprende il videooperatore a bordo dell'elicottero dei carabinieri: tutt'altro ogni cosa è stata devastata dal rogo, quel corpo no. Eppure più tardi, in altri filmati stavolta realizzati dai vigili del fuoco, lo si vede carbonizzato. Segno che è morto in un secondo tempo, ucciso dal fortissimo calore del ponte arroventato?

9) IL GIALLO DELLE NAVI

RIMASTE

ANCORA SENZA NOME

Abbiamo qui fatto riferimento all'elicottero dei carabinieri e a quello dei vigili del fuoco. Però per filmare. Perché non utilizzare elicotteri anche per i soccorsi? E' un argomento analizzato nei processi: ma per dire che 1) i tempi per attivare e far arrivare in loco un elicottero sarebbero stati tali da renderlo vano; 2) per motivi di sicurezza non si può far volare un elicottero sopra un rogo.

Ma c'è anche un altro elicottero che, come è emerso nelle audizioni in commissione parlamentare, esistono testimonianze che attestano la presenza di un elicottero nel cielo sopra il luogo della sciagura già pochi minuti dopo. Impossibile che sia un velivolo di soccorso proprio per i tempi di attivazione. Non resta che credere che fosse un elicottero messo a sorveglianza dei trasbordi di armamento da parte delle navi militarizzate americane. E allora torna l'interrogativo: possibile credere che, con la Guerra del Golfo appena finita com'era finita, il Pentagono non avesse gli occhi puntati su Camp Darby e sul porto di Livorno che ne era il braccio logistico?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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