Gioco
Umberto Terracini: «Fondammo il Pci fra ombrelli aperti per il tetto sfondato»
Livorno, il racconto di quei giorni di uno dei padri costituenti: “non vi trovarono sedie o panche sulle quali assidersi e dovettero restare per ore e ore ritti in piedi”
LIVORNO. Lo schianto nel capitello di una colonna di quel che resta della facciata del teatro San Marco mette in moto un tourbillon di rimandi simbolici, adesso che la nascita del Partito Comunista sembra lontana quasi quanto il Risorgimento e in Parlamento non c’è più nessuna forza che si richiami al radicamento nel segno della falce e martello: proprio mentre la città, ex roccaforte rossa, è stata conquistata del M5S che ne hanno fatto la loro città-simbolo quanto Parma e forse perfino di più.
Ma era quasi peggio quel giorno diaccino di gennaio di 95 anni fa quando l’ingegner Amadeo Bordiga chiama a raccolta «i delegati che hanno votato la mozione della frazione comunista». Lo racconterà poi Umberto Terracini, fondatore del Pci e “padre” costituente: «I delegati, che rapidamente avevano occupato la platea del San Marco, non vi trovarono sedie o panche sulle quali assidersi e dovettero restare per ore e ore ritti in piedi». E fin qui non è nulla, i guai saltano fuori dal resto delle memorie di quella data clou: «Sul loro capo, dagli ampi squarci del tetto infracidito, venivano giù scrosci di pioggia a riparo dei quali si aprivano gli ombrelli, con uno strano vedere nel luogo e nell'occasione. Né l'impiantito era in migliori condizioni, tutto avvallamenti e buche nelle quali si raccoglieva l'acqua, riempiendo l'aria di gelida umidità».
Non basta: «L'intero teatro, dalle finestre prive di vetri ai palchi senza parapetti, fino ai sudici tendaggi sbrindellati che pendevano attorno al boccascena, – raccontava il leader comunista – denunciava l'uso al quale esso era stato destinato durante la guerra, di deposito dei materiali dell'esercito».
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Questo celebre passo di un articolo di “Rinascita” del ’65 racconta un episodio finito sotto i riflettori della storia, ma i livornesi lo sapevano benissimo in che condizioni era il teatro che, nato agli inizi dell’Ottocento, per mano della famiglia Gragnani, era stato risistemato mezzo secolo più tardi da Giuseppe Cappellini, fresco di fama per la realizzazione del teatro Goldoni. Ne aveva già dato testimonianza il canonico Giuseppe Piombanti, gran “cronista” della Livorno del tardo Ottocento. Ci penseranno le bombe della seconda guerra mondiale (e le ruspe successive) a far fuori quel che restava del teatro: finché negli anni ottanta il Comune, per mano dell’architetto Claudio Fantozzi, ne fece un asilo.
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