Il lutto
Morì in Cardiologia, dopo 10 anni arriva il maxi risarcimento
Livorno, la Asl e la Philips in sede civile si sono accordati con la famiglia di Michelangelo Gori per una cifra superiore al milione di euro.
LIVORNO. Michelangelo Gori è stato trovato senza vita all’alba del 20 giugno 2006 in un letto del reparto di Cardiologia dell’ospedale di Livorno: il cuore a pezzi e gli allarmi della telemetria che dovevano suonare in caso di pericolo spenti. La vittima aveva appena 41 anni, una moglie, due figlie piccole e lavorava come perito assicurativo. Ora a distanza di quasi dieci anni è possibile affermare che l’Asl 6 e la Philips (produttrice del macchinario) in quella vicenda hanno creato un danno ai familiari della vittima.
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La certificazione dell’errore, o comunque della colpa che si è tramutata in un danno, è arrivata poche settimane fa quando l’Azienda sanitaria e l’azienda olandese leader dell’elettronica hanno staccato in favore dei parenti più stretti un assegno superiore al milione di euro come risarcimento. Ma dietro a quello che potrebbe sembrare un giusto rimborso nei confronti di chi ha sofferto ingiustamente, si cela un paradosso della giustizia.
Per la quella tragedia, infatti, non ci sono, o non sono stati individuati, i colpevoli a livello penale. E molto probabilmente non ce ne saranno mai. L’ultima decisione della Cassazione risale a poche settimane fa e riguarda l’ex primario del reparto, Michele Galli, assolto in primo grado tra le urla della moglie della vittima e poi condannato in appello fino all’annullamento di quella sentenza da parte della Suprema Corte.
Ma se nell’inchiesta che ha riguardato il solo primario dell’Utic sono state messe in discussione le responsabilità soggettive del medico che per primo denunciò il caso di malasanità, nell’inchiesta bis, aperta a distanza di sei anni dal decesso, sono stati portati in aula gli allora vertici dell’Asl 6 e l’organizzazione del reparto. In particolare nel periodo fino al 14 febbraio 2006 (giorno del trasferimento dei reparti nel nuovo locale) e quello successivo, fino alla morte del Gori.
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Per andare nel merito del paradosso giuridico è necessario leggere le motivazione della sentenza con la quale il giudice Carlo Cardi, siamo nel novembre 2014, ha assolto i quattro imputati dall’accusa di omicidio colposo. «Si può ritenere provato - scrive - che se il personale si fosse reso conto immediatamente della fibrillazione del cuore del Gori, l'esito, con alto grado di credibilità razionale, sarebbe stato evitato».
Ma questa disattenzione fatale non sarebbe dovuta all'organizzazione del reparto «una unità in più poteva essere impiegata anche per altre mansione», bensì alla mancata attivazione degli allarmi. Ed è qui che si apre il capitolo più grigio delle due inchieste sulla morte del 41enne, visto che non è mai stata individuata la persona che ne ha ordinato lo spegnimento mentre il tecnico della Philips che ha eseguito l'ordine non è mai finito nei guai. Perché gli allarmi accessi avrebbero permesso agli operatori di «avvertire istantaneamente l'esistenza dell'urgenza e sarebbero così stati in grado di instaurare le necessarie pratiche salvavita».
Lo stesso giudice sulla omessa attivazione degli allarmi spiega come si sia trattato di «una clamorosa omissione, veramente inusuale e stupefacente, specie perché praticata in un reparto dedicato al trattamento di patologie ad altissimo rischio di vita». Nonostante questi errori, il magistrato conclude che «non sia stato conseguito, rispetto al nesso di casualità tra l'organizzazione e il decesso, lo standard probatorio richiesto per il riconoscimento del nesso di casualità rispetto all'evento». Un nesso che ora, in qualche misura, il risarcimento ha riconosciuto.
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