Il Tirreno

Livorno

Il filosofo della decrescita felice: liberiamoci dalla "dittatura del Pil"

Il filosofo economista Serge Latouche (Marzi Pentafoto)
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Il filosofo economista Serge Latouche (Marzi Pentafoto)

Il filosofo-economista Serge Latouche è il punto di riferimento di una galassia che contesta l'economia nell'era della globalizzazione e cerca di fondare un modello di sviluppo alternativo. Gran folla domenica 13 all'iniziativa della Libera Università Popolare Alfredo Bicchierini,

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LIVORNO. Macché rincorrere la crescita del Pil come un feticcio, quasi fosse l'unico "termometro" per misurare lo stato di salute dell'economia e, dunque, la garanzia della felicità per tutti. Un altro mondo è possibile, un altro modello di sviluppo possono esserne la spina dorsale: e allora, per ribaltare i paradigmi, bisogna ribaltare anche le parole ed ecco che il punto di riferimento diventa la “decrescita”. Ma associata a un aggettivo come “serena” o “felice” per toglierle l'alone di negatività e farne una bandiera.

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E' questo il “menù” messo in tavola nell'incontro che ha visto protagonista il filosofo-economista Serge Latouche, figura-simbolo a livello mondiale di una certa idea di intendere la lotta contro la globalizzazione che sta occidentalizzando l'intero pianeta. Strapiena la sala del Centro artistico Il Grattacielo che ha ospitato l'iniziativa introdotta da Massimo Maggini. A organizzarla è stata la Libera Università Popolare Alfredo Bicchierini, un centro di ricerca “dal basso” che da tempo focalizza l’attenzione su stili di vita e modelli economici alternativi: basti dare un’occhiata al cartellone di appuntamenti che, con un gioco di parole, è stato intitolato “MaloXX” (con incontri sulla “sovversione dell’infelicità”, le alternative al welfare statale, il rifiuto del lavoro).

Latouche è il “profeta” della decrescita felice ma lui stesso ha puntato ieri a raffigurarsi come esponente di un arcipelago di pensatori che stanno contribuendo a disegnare l’orizzonte di un mondo meno schiavo di un economicismo a senso unico: ecco che mette in fila la “squadra” fra studiosi, esponenti ambientalisti, antropologi-teologi, attivisti controcorrente. I nomi? Wolfgang Sachs nel cuore della Germania-locomotiva, Vandana Shiva come voce fuori dall’Occidente al pari di Gustavo Esteva o Majid Rahnema, e poi Raimundo Pannikar fra India e Catalogna. Ma soprattutto Ivan Illich, pensatore fuori dagli schemi che per la sua carica anti-istituzionale può essere visto come una sorta di anarchico cristiano.

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Ma è una galassia che lo stesso Latouche ha cercato di estendere ulteriormente, ad esempio citando Tiziano Terzani. L’ha fatto per raccontare le distorsioni degli effetti di quella che continuiamo a chiamare “crescita” e in realtà – dice – fa crescere solo i profitti delle multinazionali e i conti in banca di una fascia più o meno larga di persone.

Il fotogramma che salta fuori nella conferenza riguarda il Ladakh, un angolino in mezzo a India e Tibet, («ma qualcosa del genere l’aveva visto anche Terzani in una vallata del Nepal»): arriva il Progresso grazie a una grande superstrada realizzata dal governo indiano, fa da battistrada per portare lassù fra i monti del Karakorum e dell'Himalaya la civiltà dei consumi. Risultato: saltano gli equilibri all’interno della comunità locale, una parte degli abitanti si impoverisce e qualcuno si arricchisce ma tutti perdono quel “piccolo paradiso”. È l’emblema degli effetti della mercificazione di ogni cosa e di quanto tutto questo avveleni la convivenza civile: inutile dire che, per chiunque si batta contro la «follia produttivistica della civiltà del capitale», questo possa suonare come un pensiero al quale guardare con attenzione.

Nel suo excursus Latouche ha ripercorso la “fortuna” del termine “decrescita” e ha messo in rilievo i paradossi dell’ “economia della crescita”: «L’Africa subsahariana non esiste agli occhi di quest’economia perché vale meno del 2% del Pil del mondo: eppure qui vivono 770milioni di persone». Laotuche dice che se la cavano dicendo che esiste una economia “informale” che è quasi una non-economia. Ma è in questi interstizi che spunta la solidarietà, ed è a quella che guarda lo studioso francese (e la folla che l’ha ascoltato con attenzione).

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di Redazione web