Il Tirreno

Livorno

Perseguitava i suoi ex compagni, condannata stalker seriale

di Federico Lazzotti
Perseguitava i suoi ex compagni, condannata stalker seriale

La donna ha minacciato e danneggiato cinque professionisti livornesi L’avvocato: «Faremo appello». Il perito: voleva rivendicare i torti subiti

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LIVORNO. Tre anni e quattro mesi di condanna (in abbreviato) alla stalker seriale dei professionisti livornesi: sei mesi per la violenza privata nei confronti di uno degli ex compagni e due anni e otto mesi per aver perseguitato altri quattro uomini al termine della relazione. Tra cui auto danneggiate, minacce con il coltello e scritte ingiuriose comparse sul posto di lavoro di uno di questi. «Faremo appello - spiega a poche ore dalla lettura del dispositivo l’avvocato Ilaria Nannipieri, difensore di Yuslayne Guerra Montalvo - la mia assistita è incensurata e speriamo che la pena possa essere ridotta a due anni permettendole di uscire al più presto dal carcere».

La donna, 37 anni da compiere e origini cubane, è finita a processo per diciassette capi d’imputazione, tra cui anche due evasioni dagli arresti domiciliari che lo scorso anno le hanno aperto le porte del carcere di Pisa. Tra gli episodi che vengono citati nel capo d'imputazione, ce n'è uno nel quale si intravede la volontà della trentaseienne di trascinare anche l'allora convivente nel suo piano «punitivo» nei confronti di uno degli ex. È la notte del 9 novembre 2011 quando la donna, in preda alla rabbia, obbliga brandendo un coltello l'allora compagno, un livornese che oggi ha 60 anni, ad uscire di casa per andare a picchiare l'ex fidanzato.

«Invece di andare a fare quello che mi era stato chiesto - ha poi raccontato l'uomo - ho trascorso la notte in ufficio pur di sottrarmi a nuove violenze». Peccato però che al ritorno a casa, il sessantenne abbia trovato la serratura della porta cambiata, così da non poter più riuscire ad entrare. Significativo anche l’episodio di cui è stato vittima un bancario livornese di 64 anni.

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L'uomo quando una mattina si è presentato nella filiale di banca nella quale lavorava, nel pieno centro di Livorno, ha trovato alle vetrate della sede alcuni cartelli con su scritto il proprio nome e cognome corredati da offese di questo tenore: «Finocchio di m..., maledetto te e tutta la tua famiglia». E ancora: «Sei un bastardo, io galera per te non ci vado, ammazzo te e quella p...... della tua amica».

Al centro del processo sono finite anche le due perizie psicologiche a cui l’imputata è stata sottoposta. I due medici sono arrivati a conclusioni completamente diverse. Secondo l’esperta nominata dal magistrato l’imputata era «perfettamente capace d'intendere e volere», anche se arriva a fornire una descrizione della donna particolare: «Soggetto istintivo e impulsivo, bisognoso di sostegno in quanto debole, con possibilità di sdoppiamento di personalità». E ancora sottolinea come si tratterebbe di una donna che ha agito non con l'animo di perseguitare bensì di rivendicare torti subiti.

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