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Livorno

Rifiuti, chiesto rinvio a giudizio per dipendente Aamps: voleva favorire Cooplat nella gara di appalto

Rifiuti, chiesto rinvio a giudizio per dipendente Aamps: voleva favorire Cooplat nella gara di appalto

Le indagini sono portate avanti dalla finanza: il reato sarebbe stato commesso agli inizi del 2013. L'uomo abusando dei propri poteri avrebbe prospettato vantaggi all'azienda privata, sotto ricompensa di 20mila euro

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LIVORNO. Chiesto dalla procura di Livorno il rinvio a giudizio per un dipendente dell'azienda municipalizzata Aamps, controllata interamente dal Comune, per favori in una gara di appalto. Tecnicamente si tratta di un tentativo di induzione indebita a dare utilità, come sottolineato dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza che ha portato avanti l'indagine.

L’indagine di polizia giudiziaria sull'azienda dei rifiuti del Comune era finalizzata a riscontrare possibili irregolarità connesse ad alcuni bandi di gara promossi dalla società partecipata per lo spazzamento dei rifiuti nel capoluogo cittadino. Il pubblico ministero che si occupa dell'indagine è Antonio Di Bugno.

Gli accertamenti investigativi – condotti, a partire dai primi mesi del 2015, attraverso l’esame documentale degli atti e dei tabulati telefonici e, soprattutto, mediante l’incrocio di una serie di informazioni acquisite da persone terze e dallo stesso indagato - facevano emergere condotte ritenute caratterizzanti un “tentativo di induzione indebita a dare utilità” che sarebbe stato commesso, agli inizi del 2013, da un dipendente di Aamps, residente a Livorno.

Più in dettaglio, la persona, abusando dei suoi poteri di incaricato di pubblico servizio e del ruolo rivestito all’epoca dei fatti all’interno dell’azienda municipalizzata, avrebbe prospettato ad un dirigente di una società privata (l'azienda che sarebbe stata favorita nella gara di appalto sarebbe Cooplat), la possibilità di inserire, in occasione del nuovo bando di gara riguardante un appalto, clausole più vantaggiose a fronte dell’elargizione di una somma di 20 mila euro.

Le indagini hanno consentito di acclarare che la richiesta di denaro non è stata accettata dal dirigente della società privata.

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