Gioco
Addio a Piero Papini, anima del Don Bosco
Lo storico collaboratore è scomparso a 80 anni. Factotum prima alla Gemini, poi al Palamacchia ha accompagnato generazioni di giocatori
LIVORNO. Se avevi bisogno di qualcosa, era a lui che dovevi rivolgerti. Acqua, cerotti, disinfettante. Magari avevi bisogno di sfogarti con qualcuno perché il parquet quel giorno era scivoloso in una giornata di scirocco: Piero Papini era un punto di riferimento. Tu entravi al PalaMacchia, ma prima ancora alla Gemini o ai Salesiani e lui c’era. Ti salutava col suo sorriso da nonno che si accendeva sotto i baffi e ti sentivi a casa.
Era il factotum del Don Bosco. «Il grande Piero», come sabato al cimitero dei Lupi, lo ricordavano con amore e le lacrime agli occhi giocatori di tante generazioni che Papini aveva visto passare seduto su una panchina, in silenzio, borbottando qualcosa ogni tanto, ma con quelle pupille sempre accese, buone.
I suoi funerali hanno riunito tutta la pallacanestro livornese. Piero se n’era andato venerdì pomeriggio a ottanta anni, lasciando il vuoto romantico che solo un uomo di sport di vecchia data sa creare con la sua presenza.
La società gli ha reso l’ultimo saluto attraverso il sito ufficiale. «La Pallacanestro Don Bosco Livorno piange la scomparsa di Piero Papini - si legge nella home page rossoblu - È stato un simbolo di professionalità e gentilezza per intere generazioni di giocatori e appassionati, essendo legato al Don Bosco da più di 25 anni. Papini rimarrà per sempre nei ricordi e nei cuori di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo».
Il Don Bosco e la pallcanestro sono stati la sua seconda vita. A portarlo alla palestra Gemini, non appena andato in pensione, fu Massimo Faraoni: era il 1992 e da allora ha dedicato anima, corpo e tempo alla palla a spicchi.
Faraoni gli dette le chiavi della palestra e gli disse: da oggi sei responsabile della struttura. Sapeva di potersi fidare: Piero Papini teneva la Gemini come casa sua, si occupava anche della custodia e della vigilanza della struttura. Lo stesso incarico che ha ricoperto dopo il trasferimento della società al Palamacchia.
Un lavoratore instancabile ma riservato: silenzioso nel suo continuo impegno. «È stato un collaboratore straordinario - ricorda commosso Marco Andromedi, presidente del Don Bosco - Sempre disponibile e capace di risolverti i problemi. Una persona come non ce ne sono più nello sport».
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