Il Tirreno

Livorno

Pistola in faccia e chiuso in cucina Miravano alle slot

di Alfredo Faetti ; di Alfredo Faetti
Pistola in faccia e chiuso in cucina Miravano alle slot

La sequenza della rapina-incubo di Torretta Il titolare del bar aveva già subito due furti

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LIVORNO. Al calar del sole le strade di Torretta vengono ingoiate dal buio. I lampioni sono fuori servizio ormai da alcune settimane e la sera di macchine ne girano davvero poche. Sono le 21 circa quando l’ultimo cliente esce dal bar: Andrea allora si prepara a chiudere bottega, sistemando le ultime cose per il giorno dopo, quando sente dei passi che entrano nel locale. Si volta e vede due uomini con il viso nascosto da un passa montagna e da occhiali da sole sportivi, così da celare anche lo sguardo. Ma soprattutto Andrea vede le pistole che i due uomini impugnano.

È l’inizio dell’incubo: il titolare viene legato con le mani dietro la schiena con lo scotch adesivo, lo stesso con cui i banditi gli tappano la bocca; poi gli danno una botta all’altezza del collo e lo rinchiudono nel cucinotto del bar.

Sono momenti terribili per Angelo Pocai, per tutti Andrea, livornese di 39 anni. Da quando ha preso il bar La Torretta, alla fine del 2014, ha già subito due furti: ma quelli erano con scasso, avvenuti quando il locale era vuoto. Questa volta, invece, è una rapina e l’uomo, chiuso nella sua cucina, è un ostaggio a tutti gli effetti. I ladri impiegheranno solo mezzora a scassinare le slot machine presenti - era quello il loro obiettivo - e scapperanno via con un bottino da alcune migliaia di euro, scomparsi nel buio di via delle Cateratte. Andrea allora riuscirà a liberarsi, sfondando la porta con un calcio, dato che ha ancora le mani legate dietro la schiena, e poco a poco arriverà in strada, dove finalmente trova aiuto.

La rapina di Torretta si consuma nella serata di mercoledì e porta con sé un accento dell’Est: quello dei banditi. È l’unico dettaglio che il titolare riuscirà a fornire ai poliziotti intervenuti sul posto. La scientifica, invece, riuscirà a trovare qualcosa in più: un’impronta, rinvenuta in una delle componenti interne delle slot scassinate, là dove nessuna mano – a detta dei tecnici dell’azienda che le gestisce – può arrivare quando le macchine sono montate correttamente.

Serviranno i riscontri per capire se si tratta di un indizio utile per risalire ai rapinatori, ma per il momento c’è solo quell’accento dell’Est, usato dai banditi quando hanno minacciato Andrea puntandogli una pistola in faccia.

Lui consegna subito il fondo cassa, ma i due vogliono ben altro: gli investigatori infatti sono convinti che i criminali conoscessero l’attività e che abbiano aspettato il momento giusto per agire, cioè all’ora di chiusura, quando il quartiere è vuoto e le strade sono buie. Così i banditi legano Andrea e mentre uno lo tiene sotto tiro l’altro abbassa le saracinesche alle due entrate. Poi la botta sul collo e la cucina. Andrea rimane in silenzio, chiuso nella piccola stanza, e ascolta: quando nel locale torna il silenzio, decide che è arrivato il momento di fuggire. Tira un calcio alla porta, che si apre subito, e arriva in strada, dove trova un ragazzo in scooter che chiamerà i soccorsi.

Il titolare viene trasportato all’ospedale, ma sarà subito dimesso: il giorno dopo, ieri, è già a casa sua a riposare e a riprendersi dei dolori al collo e dal brutto spavento.

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