Il Tirreno

Livorno

Porto, le spine della riforma «Attenti, si rischia l’autogol»

di Mauro Zucchelli

Nel conclave degli esponenti del settore salta fuori quel che non va (o non c’è) Gallanti: più centralismo e meno autonomia, l’opposto di quanto si fa in Europa

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LIVORNO. «Mancano 3-4 mesi al varo definitivo» della riforma portualità firmata Delrio che è salita sul “bus” dei decreti Madia sulla pubblica amministrazione. Lo dice – forse con un po’ di ottimismo – il senatore Marco Filippi al confronto a più voci organizzato dall’Authority livornese in Fortezza Vecchia.

Incredibile a dirsi, è stata questa la prima occasione di dibattito che abbia avuto il coraggio di mettere i piedi nel piatto con esponenti di rango nazionale. Eppure di questioni da affrontare ce ne sono: basti dire che lo stesso Filippi ha ammesso che ci sono «molte cose da aggiustare» (anche se, dopo una lunghissima paralisi, è «meglio fare il primo passo» con una qualsiasi “riformina” piuttosto che stare ancora fermi).

È soprattutto il prof. Maurizio Maresca, uno dei consiglieri più ascoltati dal premier, a dare fuoco alle polveri: i provvedimenti presentati in consiglio dei ministri sono stati derubricati a «limitate modifiche» perché «chiamerei riforma un’altra cosa». Del resto, è noto che nella sua visione il sistema dovrebbe puntare su quattro-cinque porti anziché su 15 e avere l’ambizione di strutturare un modello tipo Nord Europa in forma di società per azioni.

Su questo tasto insiste anche Giuliano Gallanti, commissario dell’Authority: «Altro che primo passo, io temo che presto tutto si fermerà e perderemo l’occasione di agganciarci al resto d’Europa. Anzi, stiamo andando in direzione opposta: centralizzazione e modello tutto pubblicistico, «l’esatto contrario di quel che sta facendo l’Europa dando alle istituzioni portuali più autonomia e più capacità di muoversi sui mercati».

Del resto, le dinamiche dell’economia corrono: lo ripete anche Enrico Pujia, direttore generale del ministero settore porti, mentre guarda allo sviluppo di TangerMed, al raddoppio di Suez, al tunnel del Gottardo. Riguardo a quest’ultimo è Gallanti a tornare alla carica con un interrogativo che pesa come un macigno: siamo sicuri che il Gottardo servirà ai porti italiani per servire l’Europa e non sarà invece che il Nord Italia sarà meglio raggiungibile dall’assalto dei porto nordeuropei?

Proprio al Gottardo è dedicato l’aneddoto-simbolo segnalato da Marco Conforti, presidente Assiterminal: una ventina d’anni fa si sentì rispondere dalle autorità svizzere che il tunnel sarebbe stato aperto nel 2017, rammaricandosi però di non poter indicare il mese. «I terminalisti investono – afferma – ma hanno bisogno di certezze nella pianificazione, altrimenti come si fa a fare investimenti ingenti sapendo che fra un po’ potrebbe nascere un’altra infrastruttura a 20-30 miglia di distanza?».

Come si vede, non è esattamente una carrellata di pareri entusiastici sulla «cosiddetta riforma»: ciascuno dei relatori aggiunge un “sassolino” per dire quel che non c’è o sottolineare quel che non va. Ad esempio, il prof. Pierpaolo Puliafito se la prende con il fatto che la nuova normativa fa la “mossa” di occuparsi di interporti e retroporti ma poi non se ne cura. Non solo: Paolo Ferrandino, segretario generale di Assoporti, rileva che la gerarchia della portualità è di fatto importata dall’Europa eppure si mantiene «una classificazione che non si capisce come si intrecci all’altra».

Utile comunque far qualcosa pur di smuovere l’impasse? Per Gianluca Vianello (Uiltrasporti) no, anzi c’è il rischio di fare autogol. E Luigi Bobba rincara: fuori imprese e sindacati, nel “parlamentino” restano solo rappresentanti istituzionali eppure «tanti sindaci sono contro lo sviluppo dei porti». Ma di problemi da risolvere prima che la cosa diventi legge ce ne sono anche altri, come segnala Massimo Provinciali, numero due dell’ìAuthority, raccogliendo un consenso diffuso: la cabina di regia al ministero prevede un tavolo senza ministero. Un paradosso? Sì, e Filippi annuncia: «A guidarlo dev’essere il ministro».

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