Gioco
Volontariato in affanno al tempo della crisi choc
Meno finanziamenti pubblici, meno donazioni e meno tempo a disposizione proprio mentre esplode la domanda sociale e crescono le nuove povertà
LIVORNO. Il volontariato è un cerotto, una benda, un antibiotico, un antidolorifico (e soprattutto un volto amico) contro le botte e i morsi della crisi che colpiscono ogni giorno principalmente chi sente la fatica di campare. Ma anche il volontariato è fatto di carne e ossa ed è esposto alle libecciate della crisi.
Basti dire che, da un lato, qui in città resiste una “foresta” di oltre 300 associazioni, che nella stragrande maggioranza dei casi (96%) si occupa di attività rivolte alla popolazione. Con una netta prevalenza degli aspetti sociali e sanitari: 39 sono nel settore sanitario (28,3%), 44 in quello sociale (31,9%), 17 in quello sociosanitario (12,3%). Al tempo stesso, però, le difficoltà si sono fatte sentire: se è vero che il tessuto associativo è fatto in genere da realtà medio-grandi, è altrettanto da sottolineare che negli ultimi dieci anni si sono formate associazioni di taglia medio-piccola. Non è tutto: meno del 9% sono nate “dentro” questi anni di crisi, dal 2010 in poi, mentre il 40% ha alle spalle più di vent'anni di attività.
È questa la fotografia che salta fuori dal report che non a caso è stato intitolato “Oltre la crisi”. Il motivo (e la bussola) della ricerca sta nel sottotitolo (“Identità e bisogni del volontariato in Toscana”). L'ha promossa il Cesvot, il polo-alleanza del mondo del volontariato nella nostra regione, in tandem con la Fondazione Livorno: ieri l'indagine, curata dall'Università di Pisa con una équipe guidata dal sociologo Andrea Salvini, è stata messa in vetrina in un seminario nella sede della Fondazione Livorno in piazza Grande.
C'è da fare i conti con il fatto che il volontariato fa un po' da ombrello rispetto al nubifragio della crisi che si abbatte sui giusti e sugli ingiusti ma, proprio come l'ombrello, si bagna, può essere sbatacchiato dal vento, ha stecche fragili. Tradotto: i tagli alla spesa da parte degli enti pubblici si pagano in termini di restringimento di convenzioni e finanziamenti, le organizzazioni di volontariato devono farcela con le proprie gambe.
Varrebbe la pena di capire, ad esempio, quanto la riduzione dei diritti dei lavoratori e l’incremento della produttività (con l'intensificazione dei ritmi produttivi) abbia avuto come contraccolpo un mix di effetti: chi fa volontariato ha meno tempo a disposizione per dedicarvisi; al tempo stesso c'è una maggiore domanda sociale che ricade sulle associazioni da parte dei soggetti più fragili, proprio perché per lo stesso motivo si assottiglia il tempo che i familiari possono dedicare alla cura dei parenti in difficoltà. Non basta: l'abbassamento del potere d'acquisto spinge non solo a fare straordinari anziché dedicare tempo all'associazionismo, ma travolge anche quel concetto di gratuità che era alla base del volontariato classico. Insomma, è difficile reclutare nuovi volontari se non si mette sul piatto almeno un piccolo compenso, tipo i 433 euro mensili del servizio civile. Colpa dei tempi grami, dell’individualismo avaro, dei nonni che ormai sono il vero welfare familiare e hanno in mano la cura dei nipoti, della monetizzazione e delle logiche di mercato che adesso si mangiano qualunque ambito e qualunque cosa …
E' una questione ben presente sotto gli occhi degli stessi protagonisti del mondo del volontariato. Dalla ricerca emerge che, da un lato, le associazioni livornesi hanno capito che bisogna mettere al centro i servizi (e dunque non limitarsi alla buona volontà e all'abnegazione generosa ma acquisire le competenze e le modalità per garantirli) mentre, dall'altro, vedono chiaramente che stanno affievolendosi le motivazioni di gratuità e spontaneità che avevano fatto bella e fiorente la prima stagione del volontariato. Lo dice ben il 44,4% degli interpellati.
In ballo l'ipotesi di una deriva che porti a una crescente aziendalizzazione del settore (lo ripete il 15,8%) con un passaggio a forme organizzative tipiche dell'economica sociale (è l'opinione del 10,5%) e con una maggiore dipendenza dalle istituzioni pubbliche (9,8%).
Ma c'è anche chi chiede di tornare alle origini: il 15,8% degli intervistato invita a recuperare proprio quella spinta etico-politica che ha fatto crescere il volontariato fin qui.
Più nello spicciolo, si immagina come strategico riuscire a trovare una maggiore visibilità comunicativa (soprattutto per le piccole realtà) o anche snellire il rapporto con gli enti pubblici (lo indica il 23,5% delle organizzazioni più grandi).
Resta il fatto che, ad esempio, dal punto di vista dell'evoluzione identitaria che quasi la metà (46%) delle associazioni più vecchie, quelle cioè nate prima del 1994, ha come settore di attività l'ambito sanitario mentre fra quelle venute alla luce di recente si esprime una maggiore attenzione al volontariato ambientale (anche se, a dire il vero, non sono affatto spariti né il settore sanitario né quello sociale).
La crisi significa anche che si stringono i cordoni della spesa pubblica e dunque diventa indispensabile fare di necessità virtù e, dal punto di vista economico, contare sulle proprie gambe. Il problema dei soldi si fa stringente proprio quando esplode la polveriera sociale dei bisogni moltiplicati dall’aumento delle diseguaglianze sociali: meno donazioni private, meno finanziamenti pubblici e spesso ritardi nei pagamenti o convenzioni bloccate, perfino la difficoltà di far pagare di più il tesseramento.
Comunque sia, per il 58% delle realtà associative non ci sono convenzioni con gli enti pubblici. Questo canale sembra appannaggio delle associazioni più grandi e strutturate (62,9%) e all'interno del perimetro del solo settore sanitario più della metà delle organizzazioni di volontari ha un qualche rapporto con gli enti pubblici e il 43,2% ne riceve soldi. Al contrario, devono cavarsela da sole il 77,6% delle piccole realtà, tutte quelle attive in campo culturale e il 63,6% di quelle nate negli ultimi cinque anni.
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