Il Tirreno

Livorno

Ora le associazioni perdono la gratuità e diventano aziende

Ora le associazioni perdono la gratuità e diventano aziende

Barsotti: occhio agli effetti che avrà il welfare aziendale, c’è il rischio di avere cittadini con diritti di serie A e di serie B

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LIVORNO. «Ben venga la spinta solidaristica del volontariato di rispondere ai bisogni della comunità. Mi chiedo però quale effetto possa avere la crescita del cosiddetto “welfare aziendale”». Parte da qui l’avvocato Luciano Barsotti, presidente della Fondazione Livorno, per dire che dietro l’angolo c’è il superamento del principio-chiave dell’universalismo per cui i servizi essenziali sono un diritto di tutti. Con il “welfare aziendale” una quota crescente di servizi sociali saranno benefit di questa o quell’azienda: quanto basta – dice Barsotti – per creare cittadini di serie A e di serie B. «Anzi, ci accorgeremo che non bastano tutte le categorie dei campionati di calcio per descrivere le differenze...».

Il presidente della Fondazione lo dice alla presentazione della ricerca Cesvot che ha accompagnato l’annuncio del via al bando per i contributi della Fondazione «in uscita nei prossimi giorni», come spiegato da RossanaMeacci, che nell’istituzione è responsabile del settore volontariato. L’uno e l’altra insistono su quant’è indispensabile “fare rete” fra le associazioni: Barsotti le invita a crescere «perché la’aspetto emozionale-spontaneistico non basta più»; Meacci spiega che la capacità delle associazioni di non rinchiudersi nel proprio particolarismo («ma anzi aprirsi a collaborazioni e interscambi» ) è proprio uno dei criteri sui quali la Fondazione punta.

È in apertura il vicepresidente Riccardo Vitti a mettere in rilievo che la Fondazione riserva al volontariato il 35% delle proprie erogazioni, cioè più di un milione di euro. La presidente di Cesvot, Fiorella Cateni, segnala che il mondo del volontariato, inclusa la mpropria organizzazione, ha sentito il morso della crisi ma nel 2016 ha varato «un piano nel segno della ripresa». L’assessore Ina Dhimgjini vede nell’azione dei volontari un mix di «professionalità, cuore e ragione» e al tempo della crisi avverte che «bisogna inventarsi formule nuove per gestire i servizi».

“Fare rete”, dicevamo: un tasto sul quale batte anche Sandra Gallerini, referente della ricerca di Cesvot («è indispensabile per usare le risorse in modo più razionale»).

Ma è soprattutto il prof. Andrea Salvini, sociologo dell’Università di Pisa e coordinatore dell’équipe di ricercatori, a far saltare gli schemi tradizionali da convegno: niente esposizione di dati, niente raffica di percentuali o dotte citazioni di studiosi del settore. Invece, dopo aver specificato di parlare – con chiara scelta di campo – dalla trincea di «chi vuol proprio bene al volontariato», prende di petto un a delle questioni-chiave che emerge dalla ricerca e dall’identikit delle associazioni. L’elemento positivissimo della proiezione solidaristica all’esterno per aiutare il prossimo, secondo il filo delle argomentazioni di Salvini, si trasforma in una sorta di macchina erogatrice di prestazioni e, proprio perché ingranaggio, finisce per fare del proprio autoalimentarsi il comandamento numero uno. Insomma: il volontariato nato per servire gli altri rischia di implodere su sé stesso perché, per mantenere lo standard dei servizi, deve andare a caccia di finanziamenti in una logica produttivistica che assomiglia tanto a una specie di “aziendalismo del terzo settore”.

Salvini butta lì un interrogativo che pesa come un macigno: care associazioni, di fronte alla crisi, o vi siete indebitate o avete “strizzato” i volontari. Ma nell’uno e nell’altro caso è un modello possibile da sostenere a lungo?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web