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Parla l'amico del militare: «Non ci hanno mai informati sui rischi dell'uranio. Francesco ha lottato fino alla fine»
Il paricorso di Francesco Rosito, morto 46 anni per una sospetta intossicazione da uranio impoverito, racconta le missioni all'estero.
LIVORNO. «Non ha mai smesso di lottare». Mai. Neanche alla fine, quando il trapianto di midollo non ha portato gli effetti sperati e le sue condizioni si sono aggravate drasticamente. «Fisicamente era provato, certo, ma con la testa era l’uomo forte che è sempre stato» dice Vincenzo Riccio raccontando dell’ultima volta in cui ha visto Francesco Rosito, il maresciallo livornese dell’Aeronautica morto a 46 anni mercoledì pomeriggio al San Raffaele di Milano dopo due anni di lotta contro la leucemia. Malattia che, secondo i medici dell’Osservatorio militare, ha contratto durante le missioni all'estero, dove sarebbe entrato a contatto con le radiazioni da uranio impoverito.
Il dottor Domenico Leggiero, rappresentante dell’Osservatorio, lo ha ribadito anche ieri mattina di fronte alla commissione parlamentare dinchiesta chiamata a far luce su questi casi. «Nel corso del tempo anche Francesco è stato convocato di fronte alla commissione per un’audizione», spiega Riccio.
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Le storie di Vincenzo e Francesco sono incrociate tra di loro da un doppio filo. Sono iniziate insieme e dopo essersi divise per anni tra i territori devastati dalle guerre, si sono riunite in un triste epilogo. «Dopo esserci arruolati insieme, ci siamo ritrovati fianco a fianco all’ospedale, entrambi avvelenati dall’uranio impoverito» continua Riccio. «In realtà mi sono ammalato prima di Francesco».
I due, appena arruolati, hanno seguito entrambi la scuola a Caserta, condividendo i primi passi in Aeronautica: poi Riccio è tornato nella sua Roma, mentre Rosito è entrato a far parte della 46ª Aerobrigata di Pisa. Il primo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila è andato in missione solo in Iraq, mentre il livornese ha prestato servizio in Kosovo, Libano e Albania.
«Erano tutti teatri operativi, – spiega Riccio – territori precedentemente bombardati con l’uranio impoverito, dove siamo stati inviati senza essere né informati né protetti dai rischi».
Missioni simili, così come i sintomi che hanno iniziato a farsi vedere alcuni anni fa. «Ma Francesco non si è mai fatto abbattere» spiega l’amico. Lo dimostra anche la sua voglia di giustizia, quando ha presentato la procedura di causa di servizio. «L’ultima volta l’ho visto un mese fa a Milano, quando sono andato all’ospedale per un controllo», conclude Riccio: «Era provato, ma era forte: aveva ancora il suo sorriso contagioso».
Ma alla fine ha la malattia ha avuto la meglio su di lui. E mentre la sua morte è già arrivata a Roma di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, questo pomeriggio alle ore 15 si terranno i funerali alla chiesa della Santissima Trinità, in mezzo alle sciarpe amaranto, agli amici e ai colleghi che custodiscono ancora in cuore il sorriso contagioso di Checco.
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