Gioco
«Il mio viaggio nella terra dei ghiacci»
Di ritorno dall’Antartide, la professoressa del Vespucci racconta agli studenti la sua spedizione
LIVORNO. Sedicimila chilometri per arrivare là "dove le strade non hanno nome". Non è l'Etiopia che ispirò Bono e compagni "Where the streets have no name", ma quando la chitarra di the Edge risuona sotto le splendide immagini dell'Antartide raccolte dalla prof Marianna Daniele, si capisce come certi viaggi in luoghi remoti lasciano un segno indelebile. «E il problema più grande non è il freddo - ha detto l'insegnante di geografia del Vespucci tornata pochi giorni fa dopo un mese e mezzo passato nella stazione italiana Mario Zucchelli - ma la claustrofobia di vivere in un posto dove ogni cosa che fai non puoi mai farla da sola. Dove lo spazio è limitatissimo e dove tutto deve essere programmato con larghissimo anticipo. Le valige le ho spedite a settembre e al polo sono arrivata a dicembre». Un'avventura, come l'ha definita la prof raccontandola agli studenti del Vespucci e delle scuole medie, le terze, di Mazzini e Bartolena di Banditella e XI Maggio. Lo aveva già fatto in parte con videoconferenze e blog dall'Antartide ma ora sta girando le scuole per divulgare quello che ha visto - «sono stata i vostri occhi», in uno dei luoghi più importanti per studiare il cambiamento climatico e le capacità adattive dell'uomo e delle piante. E famoso anche per i pinguini «che ora lo posso dire - ha scherzato Daniele - sono davvero fastidiosissimi. Fanno una confusione pazzesca, sono migliaia». La loro importanza deriva dal fatto che sono essi stessi indicatori «si sono adattati molto bene al clima, ma sono molto delicati: vent'anni fa una pioggia di un giorno fuori stagione - in estate - uccise tutti i piccoli per congelamento». Alla stazione italiana sveglia alle sette e lavoro fino a notte fonda, ha raccontato la prof, unica insegnante che ha partecipato a questa 31esma spedizione italiana nella terra dei ghiacci. «Una bellissima esperienza che non ripeterò, almeno a breve, perché è stata dura per me e per la mia famiglia, ho tre figli e non è stato facile lasciarli per 45 giorni». «Tutto è difficile là - ha spiegato ancora - non ci sono strade e così ho capito che il mio trolley era del tutto fuori luogo. ma è difficile anche avere acqua, perché si ottiene solo con il dissalatore e anche smaltire i rifiuti, una parte dei quali viene bruciata lì in un piccolo inceneritore e un'altra parte viene raccolta in modo differenziato e spedita in Europa».
Alessandro Farulli
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