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C'è un testimone per il delitto di via Roma: «Sentivo le urla disperate»
Livorno, Vitali Kimpis ha chiesto aiuto dopo la prima coltellata ricevuta alla schiena. E spunta anche la possibilità che l’assassino abbia un complice
LIVORNO. Ha urlato in modo disperato Vitali Kimpis, il quarantenne georgiano - in Italia con un passaporto lituano falso - quando la notte di sabato 6 febbraio è stato colpito sulla soglia di casa, al numero 326 di via Roma, dalla prima delle due coltellate sferrate dall’assassino. Ma il suo ultimo, e purtroppo inutile grido di dolore, non è rimasto del tutto inascoltato come si era pensato in un primo momento. Al contrario è stato sentito da un’inquilina che vive nel palazzo di fronte allo stabile dov’è avvenuto il delitto.
La donna, sentita a verbale dagli agenti della squadra mobile, ha spiegato che tra le 21,45 e le 21,55 si trovava nel proprio appartamento. «Ho sentito un grido e alcune parole urlate in una lingua straniera, e poi il rumore di un cancello che si chiudeva».
Il tempo di affacciarsi alla finestra che dà sulla strada ed ecco davanti a lei aprirsi l’immagine di un uomo che si trascina carponi lungo il vialetto che da via Roma porta fino all’ingresso dello stabile. Il delitto è appena avvenuto ma la donna dice di «non aver visto nessuno in giro» tantomeno qualcuno che potesse assomigliare a un sospetto. Pochi istanti dopo, siamo intorno alle 22, è una vicina della vittima, uscita di casa circa venti minuti prima con il cane, a trovare il corpo agonizzante del quarantenne e dare l’allarme.
L’ipotesi di un complice. Se attraverso queste e altre testimonianze gli investigatori, coordinati dal pubblico ministero Gianfranco Petralia, sono riusciti a cristallizzare il momento del delitto: Vitali Kimpis è stato aggredito alle spalle all’ingresso del vialetto e colpito due volte, la prima alla schiena e la seconda, quella mortale, al petto, la domanda chiave che rimbalza nella testa degli investigatori è sempre la stessa: come faceva l’assassino a sapere che il quarantenne sarebbe rientrato a casa a quell’ora?
L’ex calzolaio che a ottobre aveva raggiunto la moglie a Livorno, era infatti uscito poco prima, a piedi, dall’appartamento che divideva con un’altra coppia di connazionali per andare a casa di amici, in via Ascoli, che dista circa seicento metri da via Roma: doveva prendere in prestito una macchinetta per tagliarsi i capelli.
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Se l’assassino fosse già stato appostato sotto casa dell’uomo, perché non l’ha ucciso subito e invece ha aspettato? Forse - è la risposta più scontata - perché c’erano troppi occhi in quel momento e quindi ha preferito non entrare in azione. Ma se fosse così, l’assassino - un po’ stranamente visto quello che doveva fare - non si sarebbe preoccupato né di seguire il quarantenne per vedere dove fosse diretto e magari colpirlo altrove, né per essere certo che rientrasse a casa.
Agli investigatori che non ci sia stato un pedinamento lo hanno confermato le telecamere di via Zambelli dove il sistema di videosorveglianza ha ripreso Kimpis mentre faceva il percorso inverso dopo aver preso l’elettrodomestico a casa dell’amico. «Nonostante le immagini di scarsa qualità nessuno che lo segue in quel momento», conferma chi indaga. Ecco perché gli inquirenti non escludono che qualcuno abbia potuto avvisare l’esecutore materiale del delitto che il quarantenne fosse uscito per poi tornare a casa.
Oppure che abbia chiamato o contattato il quarantenne per sapere dove fosse. E se nel primo caso gli inquirenti si troverebbero di fronte a un complotto, nel secondo la soluzione del caso sarebbe nei tabulati telefonici.
Esclusa la rapina. Tra le decine di ipotesi che in questi dieci giorni gli investigatori hanno preso in esame per risolvere il caso, c’è stata, in un primo momento, vista la scarsità di moventi, addirittura anche l’idea che ad uccidere fosse stato un folle, una persona che seguendo la moda pazza e idiota del “Knockout” (colpire un passante a caso tanto per divertirsi) avesse potuto uccidere per il gusto di farlo. Una ricostruzione esclusa come quella della rapina finita male. Dagli accertamenti, infatti, è emerso che la vittima aveva ancora indosso tutti gli effetti personali, a cominciare dal portafogli con dentro soldi e il bancomat. Tutte ipotesi superate, la soluzione, se ci sarà, sarà un’altra.
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