Italia
«Senza busta paga né mobilità e neanche Tfr»
L’odissea di un gruppo di ex del trasporto mense in appalto dalla Coop 8 Marzo: niente soldi da aprile
LIVORNO. «Non sappiamo più dove sbattere la testa. Da mesi ci rimpallano da un ufficio all'altro, non abbiamo ancora visto un euro di ciò che ci spetta e trovare lavoro in queste condizioni per adesso è pura utopia». Non nasconde la sua profonda preoccupazione Massimiliano Carnieri, 45 anni, mentre racconta al Tirreno l'assurda vicenda iniziata nell'estate scorsa, quando lui e altri quattro lavoratori livornesi (più un collega pisano) sono stati messi a casa dall'azienda in cui prestavano servizio. Da allora si è aperta un'odissea che si trascina ancora oggi tra mancati invii di lettere di licenziamento e impossibilità di iscriversi alle liste di mobilità per trovare un'altra occupazione. E senza che ai sei ex dipendenti sia mai stato corrisposto ciò che era loro dovuto in termini di stipendi e liquidazione.
Negli ultimi sei anni Massimiliano aveva lavorato per varie ditte di trasporto di merci alimentari: tutte gravitavano intorno alla Coop 8 Marzo (che dal 2014 si è unita a Cir Food creando una unica realtà cooperativa). L'ultima è la Rapidex, una società torinese che operava in subappalto. Massimiliano e i colleghi si occupavano del trasporto degli alimenti per le mense su Livorno, ma anche su Firenze. Poi però, nel maggio scorso, per la ditta è arrivato il fallimento. «Non ce lo hanno neanche comunicato subito – spiegava già a settembre Carnieri – E quando chiedevamo lo stipendio ci rispondevano che c'erano dei problemi, ma che non dovevamo preoccuparci. Solo a giugno ci hanno detto del fallimento, aggiungendo che per stipendi e liquidazione dovevamo rivolgerci all'Inps».
La situazione già di per sé paradossale è aggravata dal fatto che la ditta ha sede a Torino, quindi per gli ex dipendenti livornesi è difficile avere contatti con il curatore fallimentare. «L'ultimo stipendio – racconta oggi Massimiliano – lo abbiamo ricevuto ad aprile. Poi dalla Cir Food non abbiamo saputo altro. Il fatto di non aver avuto neanche le lettere di licenziamento in mano per mesi ci ha impedito di iscriverci alle liste di mobilità, perché la sospensione provvisoria non aveva valore».
Le lettere, dal fallimento di giugno, sono arrivate solo a settembre: «Abbiamo pensato a uno spiraglio positivo – ricorda Carnieri – sia con la mobilità che con le eventuali agevolazioni previste per chi avesse avuto intenzione di riassumerci. Nel giro di un mese avremmo dovuto ricevere le prime mensilità, al Centro impiego ci avevano già chiesto l'Iban». Ma poi ecco di colpo altre nuove complicazioni: «A ottobre ci hanno detto che la mobilità non ci spetta, perché la ditta non ha i requisiti, forse perché l'azienda ha pagato i contributi fino a maggio e non fino a settembre. Dunque abbiamo fatto domanda per la Naspi, ma per ora non è partito neanche questo ammortizzatore».
Nel frattempo degli stipendi arretrati e della liquidazione non c'è traccia. Così Massimiliano e i suoi ex colleghi si sono rivolti a un avvocato. «Il problema – rivela Carnieri – è che la prima udienza sarà tra 11 mesi. Un tempo infinito. Non percepiamo un euro da aprile: ho due bambini e un mutuo da pagare, sto cercando con tutte le mie forze un'altra occupazione ma la situazione nel nostro territorio è critica. Le stesse difficoltà le incontrano gli altri colleghi, solo uno di noi ha trovato un nuovo lavoro». Ora Massimiliano lancia un appello alle istituzioni locali. Un invito rivolto in primis al sindaco Nogarin, ma anche all'assessore al lavoro Martini e ai consiglieri comunali dei singoli gruppi politici, nonché agli stessi vertici dell'Inps e del Centro per l'impiego, affinché prendano in considerazione la delicata posizione dei sei ex lavoratori e riescano in qualche modo a sbloccare un iter che, almeno fino ad oggi, pare senza una via d'uscita.
Giorgio Carlini
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