Gioco
Osmana e Garibaldo di nuovo insieme
L’ultimo abbraccio all’ex staffetta, icona dell’antifascismo
LIVORNO. Neanche nel giorno in cui le gambe non la reggevano più, Osmana si è arresa e ha lasciato che Garibaldo se ne andasse da solo verso il cimitero: seduta sulla sedia a rotelle ma gli è stata accanto come sempre. Adesso anche Osmana Benetti è andata più in là ed è andata di là dal fiume: a tornare ad accompagnare il “suo” Garibaldo, come aveva fatto l’ultima volta, passin passino, dalla sede Svs fino all’ex carcere dei Domenicani dove era stato rinchiuso lui (e non c’è bisogno di dire che parliamo di Garibaldo Benifei) e all’ex San Marco dove era nato il Partito (ed è superfluo spiegare che ci riferiamo al Partito Comunista).
Beninteso, non stiamo parlando di una “lei” vissuta all’ombra del suo “lui”, magari un passo indietro ma comunque come appendice o corollario. Al contrario, se tutti li hanno sempre immaginati come un tandem – impossibile l’uno senza l’altra – è perché Osmana e Garibaldo avevano diviso a metà non solo la propria esistenza di coppia ma anche la lotta partigiana, la propaganda comunista, l’azione politica nelle campagne. Senza però limitarsi al trapassato remoto. Insomma, quelle battaglie di gioventù non le avevano impacchettate in soffitta: ecco che, sempre insieme, erano andati poi di scuola in scuola a raccomandare ai ragazzi e alle ragazze di non dare per scontata la democrazia e la libertà. Senza prediche, con la lezione di vita.
Non è forse vero che, fin dall’inizio della loro storia d’amore, erano andati controcorrente anche nella loro vita privata? Già, perché Osmana Benetti e Garibaldo Benifei sono stati una delle primissime coppie a unirsi in matrimonio in sede civile, il loro “sì” l’hanno pronunciato davanti al sindaco Furio Diaz subito dopo la liberazione. È stato il sindaco Filippo Nogarin a ricordarlo lo scorso anno, nel giorno in cui ha assegnato a Osmana Benetti la Livornina d’Oro: l’ha fatto rievocando il dono delle fedi da parte degli operai del Cantiere che le avevano forgiate in acciaio.
A dire il vero, Osmana Benetti l’idea di andare controcorrente l’aveva talmente nel dna che ha a che fare con il nome: sì, perché quell’Osmana non è altro che la femminilizzazione del nome maschile Osman che le avevano imposto in famiglia perché il babbo voleva ad ogni costo un maschio.
Chissà se è iniziata lì quell’idea di battersi per i diritti delle donne, per l’emancipazione anche all’interno delle organizzazioni che combattono per modificare lo stato di cose presente. L’aveva dovuto affrontare prima di tutto nella sua famiglia d’origine il diktat che vietava alle donne di occuparsi di politica (eppure non si trattava affatto di genitori “addormentati” dalla propaganda del Minculpop...).
Adesso anche Osmana Benetti se n’è andata: a distanza di neppure dieci mesi dalla fine di Garibaldo, proprio la vigilia della Liberazione. Come se avesse sentito che bisognava andare a ritrovare quell’altra metà di sé stessa che l’aveva accompagnata per tre quarti di secolo.
Oggi Livorno le darà l’ultimo abbraccio. Hanno già iniziato in molti a farlo ieri dopo l’apertura della camera ardente nella sede Svs di via San Giovanni 30. Stamani l’addio: il funerale è previsto oggi alle ore 11 partendo proprio dal quartier generale Svs.
Intanto dalla famiglia Benifei arriva un appello a quanti vogliono rendere omaggio a Osmana: per onorarla è meglio una donazione alla Svs anziché spendere soldi per i fiori.
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