Il Tirreno

Livorno

Bianchi: noi, il Pci e il potere «Così la sinistra si suicidò»

di Mauro Zucchelli
Bianchi: noi, il Pci e il potere «Così la sinistra si suicidò»

La solitudine dei “numeri secondi” (e mezzo secolo di storia del Psi livornese) raccontata dall’ex vicesindaco socialista e ex viceleader della massoneria

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LIVORNO. La solitudine dei numeri primi l'hanno già raccontata: idem quella del manager o del comandante, del portiere prima del calcio di rigore o del comandante dopo l'attacco nemico. Servirebbe giusto la verve d'un Paolo Giordano, d'un Vazquez Montalban o d'un Peter Handke per raccontare invece cos'è stata in Massimo Bianchi la solitudine dei numeri secondi: lui che è arrivato a fare il vicesindaco socialista nel cuore del feudo rosso (e negli anni di Craxi), lui che è stato per quindici anni il numero due del Grande Oriente a livello nazionale.

Adesso è come se si fosse messo a fare lo speleologo in quel terribile Carso che è la politica attuale: anziché compiere un valzer per ricicciarsi in qualche sottocorrente di qualcosa, si è buttato a raccontare il mondo dalla parte delle radici. Ecco da dov'è nato lo scavo del libro “L'orgoglio della memoria”, dedicato alla massoneria; ecco da dov'è partita la traversata fra archivi, giornali e lettere per arrivare al testo che presenta in queste settimane e che ha per titolo una rivendicazione contro ogni dimenticanza (“C'eravamo anche noi”).

Lo dice senza far l'anima candida: quello che perde ma si consola cantando la superiorità morale degli sconfitti. Bianchi è stato nel vivo di grintosi match sia in politica che in massoneria, voleva vincere e ha dato sganassoni peggio d'un terzino cileno o d'uno stopper bavarese. Ma non c'è un “io” da mettere in salvo o da collocare sugli altarini, in queste pagine: c'è un “noi” ed è la storia del Partito socialista, anzi del Psi di Craxi. Con un imprinting autonomista talmente forte da finire con due foto: Bianchi e Craxi insieme e la tomba del leader socialista più odiato dai comunisti, entrambe scattate a Hammamet. Cioè non con il Craxi trionfante di Palazzo Chigi o della Milano da bere ma in quello sconfitto, reietto, latitante.

Questo non è un libro di storia, dice Bianchi: e ha ragione perché così come ha fatto per il resto sulla massoneria, non si prefigge di inquadrare in uno schema interpretativo il susseguirsi dei fatti e neppure ambisce a costruire un argomentazione che dia ragione degli scenari o metta in campo analisi e spiegazioni.

Si potrebbe dire che vola programmaticamente molto più basso e si attiene a una illustrazione del tutto denotativa, quasi priva di giudizi di valore. E questo perché ha un obiettivo: mettere in fila, uno dopo l'altro, i "mattoncini" dei fatti: meglio indicare con pignoleria le percentuali ottenute da ciascuna mozione congressuale, magari con tanto di nomi dei principali sostenitori, piuttosto che offrire una propria interpretazione degli schieramenti di forze in campo.

È come se dicesse: prima di tutto mi preme che non vada smarrita la memoria dei tanti piccoli e grandi episodi perché è solo con la testimonianza diretta, in prima persona, che si avvalorano i tanti tasselli del puzzle di una storia da salvaguardare, quella socialista. Solo, insomma, fornendo i "mattoncini" dei fatti si può sperare nell'accuratezza della fase successiva, quella delle interpretazioni. È una operazione che presuppone umiltà e senso di appartenenza a una storia più grande di se stessi: è questo quel che Bianchi vuol difendere, non il proprio ruolo da protagonista in tante vicende politiche che pure lo hanno messo al centro della scena. Probabile che possa avere a che fare con un'altra solitudine, quella del riformista indicata da un economista eretico come Federico Caffè.

Ma questo senso di sé senza troppe concessioni alla vanagloria individualistica forse non è estraneo anche a quella che abbiamo chiamato la solitudine dei numeri secondi, di chi non è arrivato più in là dell'argento sul podio eppure non la prende come una sconfitta.

Fuor dallo psicologhese, però, c’è anche una vicenda cittadina che sembra rappresentare un po’ il crocevia di tutto questo: è il passaggio che a cavallo fra fine anni ’80 e l’inizio del decennio successivo vede un ingarbuglio di spinte e controspinte. Non è quel che accade sempre? Sì, c’era la fine del Pci con la Bolognina con i contraccolpi nella città-simbolo, una svolta elettorale che vede un nuovo protagonismo del Psi sulla scena livornese, al tempo stesso l’arrivo del terremoto di Tangentopoli che travolgerà il sistema dei partiti tradizionali ma soprattutto Craxi e il Psi a livello nazionale. Bianchi racconta il tentativo andato a vuoto di arrivare a una ulteriore tappa dopo che la fine del monocolore Pci aveva portato alla nascita del tripartito con Psi e Pri. L’ulteriore tappa era la rivendicazione del posto di sindaco per un socialista. Qualche anno più tardi, accadrà qualcosa del genere con un altro filone del centrosinistra: il Ppi-Margherita alzerà la voce per chiedere la poltronissima di primo cittadino ma andrà a sbattere contro l’inchiesta su Salviano 2.

Ma questa non è una storia che finisce sotto i riflettori di Bianchi: a lui interessa la storia del Psi. Quel “c’eravamo anche noi”, visto in questo contesto, però, non è soltanto la sottolineatura del contributo di una forza esterna al Pci alla costruzione della sinistra livornese: vista con il senno di poi – il senno di vent’anni più tardi, con l’arrivo dei Cinque Stelle a Palazzo Civico – racconta l’incapacità del centrosinistra al governo della città di mettere in moto una perestrojka gorbacioviana qui da noi, fra Ardenza e Ovosodo. Chissà se erano i socialisti la soluzione, certo non lo è stato la conservazione dello status quo.

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