Il Tirreno

Livorno

Quando cambia il copione - Il commento

Fabrizio Brancoli
Quando cambia il copione - Il commento

Nella performance sperimentale di una notte d’inverno a Pisa, la morte fa irruzione nel copione e prova a lasciare un segno indelebile, come solo lei è capace di fare

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La pistola doveva essere caricata a salve. Quando partì lo sparo, nessuno sul set pensò che fosse vero e per qualche istante il corpo di Brandon Lee che cadeva a terra, colpito e incredulo, sembrò un magnifico effetto speciale. Ma non lo era. Il figlio di Bruce Lee morì così, tra una ripresa e l’altra del film “Il Corvo”, il 31 marzo del 1993. Se ne andò recitando. Sbagliarono a inserire le munizioni. Bang.

Morire per un errore, morire nel nome del realismo. Oppure pensarci, quasi programmarlo. «Credo che la mia vita terminerà all’improvviso, in scena», dice spesso Shirley McLaine, 81 anni, una vita da star tra prosa, musical e cinema. E chissà quanta morte avrà studiato Raphael, il giovane attore protagonista a Pisa di una storia che ora è il colpo di scena drammatico della sua esistenza. Come si muore quando si sta sul palco? Se vuoi fare quest’arte e questo mestiere, devi imparare a morire: Shakespeare con i suoi cadaveri riversi, il sangue rosso che scorre spietato, il monologo dell’addio, le cupe riflessioni del rapporto dell’uomo con la Fine. Oppure Beckett, e la partita a scacchi contro la Morte. E migliaia di altri autori, registi, scenografi. Muori così, accentua, rallenta, fingi, immedesimati, cambia posizione, strilla, rantola, ansima, immagina di soffrire davvero. Ecco, forse ci siamo.

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Nella performance sperimentale di una notte d’inverno a Pisa, la morte fa irruzione nel copione e prova a lasciare un segno indelebile, come solo lei è capace di fare. Un giovane attore, impegnato nella parte di un uomo che decide di impiccarsi, si strangola in scena e finisce in condizioni gravissime. Ben prima che il sipario si chiuda, la recita e la verità danzano insieme. Si contaminano. Si mettono a repentaglio l’un l’altra. Si confondono. Si lanciano minacce. Raphael ha deciso lui stesso questo cambio di trama, oppure è solo una pedina inconsapevole della sceneggiatura del destino? Comunque sia, ecco il falso e il vero legati ancora una volta senza tregua, incerti, con un responso sospeso.

La morte è l’usanza che tutti dobbiamo rispettare, scrisse Borges. Raphael l’ha sfiorata. Pochi spettatori, tra le sale e gli ambienti improvvisati del teatro Lux, assistono alla scena di un ragazzo che questa volta recita troppo bene. In questo pubblico estemporaneo c’è una donna. È un medico. È lei a capire: scuote il mondo con una corsa e uno strillo, sblocca il copione e lancia l’allarme. Ora Raphael lotta contro quella morte che lui ha studiato, da Eschilo a Shakespeare, da Sofocle a Brecht. Lei lo ha accarezzato pericolosamente negli ultimi tempi, portandosi via suo padre. È una morte vera, non artefatta; una morte da tener lontana.

Il film “Il Corvo”, quello nel quale fu ucciso per errore Brandon Lee, fu completato lo stesso, grazie a trucchi digitali, perché lo spettacolo deve andare avanti. Fu un successo. Parlava di un uomo che era morto ma tornava, o restava, nel mondo dei vivi. La recita e la verità, di nuovo. Come un attore che si impicca per finta e va in coma davvero. Come una storia che sembra un incubo dark e invece è una notizia di giornale.

Raphael, da qualche parte, sta cercando un lieto fine. Noi siamo il suo pubblico, muto in platea, con la speranza di vederlo sorridere, quando lo show sarà terminato.

@fbrancoli

 

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