Il Tirreno

Livorno

l’ESECUZIONE

di Danilo D’Anna

CARRARA. «Scusi signore può scendere un attimo? Sono un musicista e dovrei parlarle». Ha citofonato e gli ha raccontato una bugia per trovarselo di fronte e compiere la sua vendetta. Il maresciallo...

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CARRARA. «Scusi signore può scendere un attimo? Sono un musicista e dovrei parlarle». Ha citofonato e gli ha raccontato una bugia per trovarselo di fronte e compiere la sua vendetta. Il maresciallo dei carabinieri Antonio Taibi, 47 anni, sposato e padre di due ragazzi di 17 e 15 anni, è sceso come farebbe qualunque persona a posto con la coscienza. Portandosi appresso il figlio più grande. Non era ancora arrivato al portone quando ha visto Roberto Vignozzi, ex postino di 72 anni. Impossibile dire se lo abbia riconosciuto, ma probabilmente sì; però il sottufficiale non ha avuto nemmeno il tempo di capire cosa stava accadendo che è stato colpito da distanza ravvicinata. Al cuore. Morendo sul colpo, sotto gli occhi del figlio. Mentre l’assassino si dileguava senza scomporsi.

Vignozzi ha agito da killer spietato per vendicarsi delle indagini che il maresciallo aveva compiuto nei confronti dei suoi figli, Riccardo di 31 anni e Alessandro di 23, quando era in servizio al nucleo operativo di Carrara, dal 1996 al 2006. Il più grande dei due era anche balzato agli onori delle cronache perché era l’autore di alcuni furti nelle scuole carrarine. Colpi sui quali metteva la firma, facendosi chiamare come il suo eroe dei fumetti preferito: Diabolik. Tanto che quando rubava si calava in testa una sorta di passamontagna nero che lasciava scoperti soltanto gli occhi. Riccardo dopo quella vicenda aveva giurato che avrebbe cambiato vita, invece il suo passato continuava a chiedergli di pagare il conto. E il padre non ne poteva più. E ha deciso che tutto quello che stava capitando era perché quel maresciallo aveva preso di mira i suoi ragazzi. Una follia.

Le indagini di Taibi avevano portato ad alcune condanne. Piccole. Non all’ultima, però. La sentenza è di martedì mattina, per una direttissima celebrata in più udienze e coinvolge sia Riccardo sia Alessandro. Una pena di un anno e otto mesi per il possesso di una modica quantità di eroina. Ma visti i precedenti, il giudice Alessandro Trinci non ha potuto concedere le attenuanti. Questo ennesimo guaio giudiziario, però, nella mente dell’omicida, si è trasformato nella goccia che fa traboccare il vaso. E la sua rabbia si è sfogata alle 7.35 di ieri mattina. Come aveva previsto, come aveva sperato.

Dopo aver sparato l’ex postino è tornato alla sua auto e si è diretto in procura, per costituirsi. Intanto sul pianerottolo dove si trovava il corpo senza vita del militare sono arrivate le donne delle pulizie. Mentre nel piccolo condominio che si trova vicino all’ospedale di Carrara si vivevano attimi di smarrimento, il settantenne sicuro di sé aveva già raggiunto Massa. Ha parcheggiato davanti al tribunale, lasciando l’arma nell’abitacolo per passare dal metal detector senza essere bloccato dalla sorveglianza. E si è diretto dal cancelliere che gli consegnava i permessi per le visite in carcere a Riccardo, prima che venisse mandato ai domiciliari. «Ho ucciso un uomo», frase semplice e terrificante al tempo stesso. L’impiegato in un primo momento non aveva neppure capito quello che gli stava dicendo quel signore che aveva visto tante altre volte. «Ho ucciso un uomo», ha ripetuto. Il cancelliere è sbiancato e ha avvisato la polizia. Sono scattate le manette. E poi l’interrogatorio nella caserma dei carabinieri La Plava, dove c’è l’ufficio della vittima. Al sostituto procuratore Alberto Dello Iacono, Vignozzi ha detto una cosa: «Aveva rovinato la vita a me e ai miei figli». Aggiungendo: «Ho fatto tutto da solo».

La sua confessione, però, non convince del tutto. Gli spostamenti dell’ex postino sono stati vagliati dagli inquirenti attentamente e verranno esaminati anche nei prossimi giorni. Se ha agito senza aiuto, si è mosso con una freddezza impressionante. E soprattutto ha studiato i movimenti da fare per attirare quello che considerava il nemico della sua famiglia nella trappola mortale. Sono dettagli questi che devono essere accertati e i carabinieri del nucleo investigativo, diretti dal maggiore Tiziano Marchi, sono al lavoro proprio per sciogliere i tanti nodi che ancora restano. Il più importante il viaggio da via Monterosso alla procura: ha parlato con qualcuno? Vignozzi è rimasto in caserma alla Plava per cinque ore almeno. Dalle undici del mattino alle tre del pomeriggio. Anche perché il primo legale che era stato incaricato per la difesa ha rinunciato. In quell’arco di tempo gli inquirenti hanno sentito anche il figlio di Taibi, testimone oculare del delitto, la moglie di Vignozzi, una domenicana, e uno dei figli della coppia. Sul suo profilo martedì sera è comparsa una frase che potrebbe essere legata a quello successo poche ore dopo in via Monterosso. Interrogate pure le donne delle pulizie che sono accorse dopo aver sentito lo sparo. Ma loro erano sotto choc e non hanno potuto aiutare le indagini.

Intorno alle 15 il pensionato è stato portato in procura, dove è stato sentito ancora, proprio per ripercorrere i suoi movimenti. L’anziano ha risposto non spostandosi mai dalla versione iniziale: la vendetta per quello che, secondo lui, avevano subito i figli. Ma l’arresto di Riccardo targato Taibi risale al 2007. Può una vendetta covare sotto la cenere dell’odio per quasi dieci anni? A quanto pare, sì.

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