Il Tirreno

Livorno

Matteo Belloni: «Sono un sopravvissuto, ora senza una gamba voglio rialzarmi»

di Federico Lazzotti
Matteo Belloni: «Sono un sopravvissuto, ora senza una gamba voglio rialzarmi»

Livorno, il giovane portiere, 26 anni, è stata investito da un carrello tre mesi fa in un piazzale del retroporto. Parla per la prima volta dalla clinica di Volterra dove sta facendo riabilitazione. "Di quel giorno ricordo tutto, al mio babbo ho detto: sto morendo"

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LIVORNO. «Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti». Matteo Belloni, 26 anni festeggiati il 9 dicembre scorso in una stanza d’ospedale, è finito al tappeto la mattina del 22 ottobre: travolto da un carrello che movimentava container all’interno del Terminal Rebora, nella zona del retroporto, al Calambrone, uno spazio di proprietà del presidente del Livorno Aldo Spinelli.

Oggi, a distanza di tre mesi dall’incidente sul lavoro che gli cambiato vita, prospettive e futuro, Matteo, portiere di periferia (Ponte a Cappiano e Lajatico le ultime due squadre in cui ha giocato), cita il monologo di Rocky Balboa, quello in cui pugile giura di restare in piedi qualsiasi cosa accada, per raccontare la sua rinascita.

«Anche se ho perso una gamba - spiega - sono vivo e mi rialzerò. In questi mesi ho toccato il fondo, ho sentito dolore, pensavo di morire, di non farcela. Invece sono ancora qua e non ho intenzione di mollare. Anzi. Proverò in tutti i modi a tornare a giocare. E se non sarà possibile, metterò la mia esperienza a disposizione dei più giovani, magari facendo l’allenatore dei portieri».

Matteo una settimana fa è stato trasferito dall’ospedale Santa Chiara di Pisa al centro riabilitativo di Volterra dove ha cominciato il lungo percorso che lo porterà fino all’impianto della protesi. È dal nuovo reparto, tra una vista del medico e due chiacchiere con i genitori e la fidanzata che risponde al telefono.«Oggi mi hanno spostato di reparto - racconta - ho un po’ di tempo, ma se viene la dottoressa - dice - la lascio e ci sentiamo più tardi».

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Intanto come sta?

«Meglio (sorride). Molto meglio. Sono a Volterra - ripete - mi avevano messo in un reparto in attesa che si liberasse un letto nell’altro. E oggi sto facendo il trasferimento, quindi ci sono un po’ di cose da sistemare».

Torniamo al giorno dell’incidente, alla mattina in cui è stato travolto dal carrello...

«Ricordo tutto di quella mattina. Penso a quello che mi è successo ogni santo giorno: da quando sono stato schiacciato dal carrello, al dolore che ho provato. Il primo a venirmi a soccorrere è stato mio padre. Gli ho detto: “Babbo, sto morendo”. Invece ho resistito, sono rimasto sempre cosciente, anche se ho perso molto sangue».

Facciamo un passo indietro. Lei da quanto tempo lavorava al Terminal?

«Mio padre, che è il titolare della ditta, mi aveva assunto come apprendista, ma quando lui non c’era mi lasciava le cose in mano. Lavoravamo per Spinelli da circa quattro anni».

Che cosa dovevate fare quella mattina?

«Cose di routine, niente di particolare. Dovevamo movimentare alcune merci e preparare i container che dovevano essere spediti».

E poi che cosa è successo?

«Io ero nel piazzale, vicino all’officina. È stato un attimo, volevo attirare l’attenzione di babbo che era a pochi metri da me. Mi sono distratto e non mi sono accorto del carrello che stava facendo retromarcia: non l’ho proprio sentito. Quando ho visto i cenni di mio padre che voleva avvisarmi era troppo tardi: il carrello mi ha schiacciato e babbo ha fatto solo in tempo a fermarlo prima che fosse troppo tardi».

È stato quello il momento più brutto che ha vissuto?

«Sì, mi sono accorto che il corpo mi stava abbandonando».

Invece l’hanno salvata...

«È stato un miracolo, mi rendo conto di essere un sopravvissuto».

Anche i soccorsi non sono stati facili: l’elicottero non riusciva ad atterrare e c’era la paura che il trasporto in ambulanza potesse peggiorare la sua situazione già critica...

«Nei soccorsi è indubbio che ci siano stati dei ritardi, sono arrivato in ospedale un'ora e mezzo dopo l'incidente. Secondo me si poteva fare di meglio, ma tolto questo, tutti hanno svolto un lavoro esagerato: mi hanno salvato e questo è l’importante».

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In ospedale hanno cercato in tutti i modi di salvarle la gamba, poi però la situazione è precipitata e i medici sono stati costretti ad amputare...

«Se guardo solo al fatto della gamba dico: ho 26 anni, è normale che mi girino le scatole, a chi non girerebbero le scatole? Ma se guardo l'altra faccia della medaglia ho una consolazione: ci sono e posso vedere i miei cari. È stata la loro presenza a darmi la forza per restare sveglio, per non lasciarmi andare, per non cadere o cedere al dolore. Poi il lavoro dei medici ha dato una grossa mano, in particolare quello dell’équipe del professor Malacarne».

Il suo percorso ospedaliero è stato un’odissea...

«Il giorno dell'incidente c'è stata una lunga operazione, poi un'altra, tutte e due per salvare me e la gamba, poi c'è stata quella dell'amputazione a cui è seguito un calvario per la pulizia della gamba, di quelle però ho perso il conto».

Guardando la sua pagina Facebook si vede che non è mai rimasto solo...

«No, mai. Otre all’affetto dei miei familiari, c’è stato quello della mia ragazza, Rebecca, che dal 22 ottobre è sempre stata con me, non mi ha mai lasciato. E poi gli amici, i miei ex compagni di squadra, persone che conoscevo appena e sconosciuti che in qualche modo mi sono state vicine».

Alex Zanardi, dopo l’incidente in cui ha perso entrambe le gambe disse: «Quando mi sono svegliato non ho guardato quello che avevo perso ma quello che mi era rimasto».

«Più o meno ho fatto lo stesso. All'inizio accettare di non poter più fare lo sport come facevo prima è stata dura. Pian piano l'ho accettato ma il dispiacere non va via. Ho pensato che non lascerò niente di intentato, se c'è una possibilità la sfrutterò, se poi non ci sarà soluzione cercherò di rendermi utile, magari facendo l'allenatore e trasmettendo ai giovani la passione che ho io per il calcio. Tutto però sarà da vedere, dovrò fare delle valutazione. Ma c'è tutto il tempo».

Essere uno sportivo l’ha aiutata in questo momento?

«Il mio credo quando giocavo a pallone era di non mollare, ora vale ancora di più. Anche perché nelle difficoltà riscopri forze che pensi di non avere. Sei costretto a tirarle fuori: o fai così o affondi e io non voglio affondare ma reagire».

Lei è anche un tifosissimo del Livorno (ha la foto dello stadio Picchi come copertina su Fb), ha avuto modo di vedere qualche partita?

«In ospedale l'ho seguito un po' meno, ho visto qualche partita, l'ultima contro il Pescara, ad esempio, non l'ho guardata. Posso solo dire: peccato, perché all'inizio dell'anno pensavo che ci si potesse divertire, invece sarà una sofferenza fino alla fine».

Si sente di dare qualche consiglio alla squadra?

«È dura, loro hanno tanta esperienza e sapranno certamente affrontare questa crisi. L’unico consiglio è dare sempre tutto. Se si retrocede con dignità va bene lo stesso. Anche perché giocando a calcio uno sa che sono fondamentali gli episodi e quando vanno tutti male diventa difficile. La cosa importante è non avere paura di fare un passaggio e di sbagliare».

Durante la convalescenza è venuto a trovarla Emerson…

«Sì, è una grande giocatore e soprattutto una grande persona. Abbiamo parlato in generale, mi ha detto che non devo mollare come fa lui in campo. Mi ha anche regalato la maglia».

Prima ci ha raccontato il momento più brutto di questo periodo. Qual è stato invece quello più bello?

«La felicità negli occhi dei miei genitori di riavermi, di vedermi sveglio, ho capito dai loro sguardi quanta paura hanno avuto di perdermi».

Ora inizia un lungo percorso riabilitativo. Cosa dovrà affrontare? Le hanno spiegato i tempi di recupero?

«Ora sono qui alla riabilitazione a Volterra. Da quando ho avuto l'incidente non mi sono mai alzato dal letto. L'obiettivo è quello di riuscire a mettermi in carrozzina e poi in piedi. Magari attraverso dei cicli durante i quali mi potranno rimandare anche a casa. Da quando è successo l’incidente non sono ancora passato da Livorno, è un po' che non la vedo: mi manca la mia città».

 

Matteo, proprio oggi mi sono arrivate le scarpette personalizzate "MB1" e non potevo che metterle a vicino al tuo...

Posted by Simone Bastiani on Venerdì 22 gennaio 2016

 

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