Il Tirreno

Livorno

Addio Vinicio, gran pioniere del giornalismo

di GIORGIO BILLERI
Addio Vinicio, gran pioniere del giornalismo

Per Il Tirreno ha raccontato la vittoria a Spagna ’82, ma anche musica e grandi artisti, sempre con ironia

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di GIORGIO BILLERI

I funerali, domenica alle tre. Come una partita, caro Vinicio.

Ce ne hai raccontate migliaia, da ogni angolo della terra. E anche nella morte c'è quell'ironia sulla quale tu hai costruito una vita: non ci poteva essere altra ora e altro giorno per dirti ciao.

Ne sorriderebbe, Vinicio Saltini, che ci ha lasciato ieri mattina, a 81 anni, nella sua casa di via Paoli. E sorriderebbe (e magari mi guarderebbe storto sotto gli occhiali, come ha fatto tante volte) nel leggere che lo considero, e molti con me, la leggenda del giornalismo livornese e toscano, e uno dei suoi migliori prodotti di sempre.

Si, perché Vinicio ha vissuto la vita che tutti noi - ragazzi degli anni Ottanta che lo guardavamo rispettosi, da lontano - avremmo voluto vivere. Quella del brillante cantore delle cose più belle e affascinanti: lo sport, lo spettacolo, la canzone, i divi del pallone e quelli del microfono.

Tu con quella valigia in mano, il sorriso beffardo, la voglia di andare per il mondo, di trasmetterci le emozioni in quei «pezzi» a volte troppo lunghi, per la disperazione degli stenografi e dei colleghi che restavano in redazione a curare la pagina, ma vibranti, pieni di aneddoti, di notizie, di suggestioni. Con quella macchina da scrivere che ha conosciuto i sacri tavoli stampa di San Siro, del Bernabeu, dell’Olimpico, dell’Azteca di Città del Messico.

Vinicio ha vinto. Sempre. Lui, erroneamente considerato un cronista di provincia, ha fatto collezione di scalpi celebri.

Su tanti fatti e tante notizie è arrivato prima, eccome, delle più paludate testate nazionali, con le sue penne famose, i suoi inviati pieni di prosopopea. Lui, che arrivava dalla piccola Livorno, così lontana dai circuiti mediatici che contano, a quei giornalistoni ha fatto vedere sempre i sorci verdi, soltanto con la forza della sua simpatia, del suo carattere, della capacità che aveva di entrare in sintonia con tutti, di strappare la confidenza a tutti, dai potenti agli amici del bar ai bagni Lido.

Così, oltre che per l'innato fiuto della notizia, si spiega quello che resta probabilmente il suo capolavoro professionale.

Mondiali 1982, Spagna: la nazionale di Bearzot parte maluccio e proclama il silenzio stampa. Per tutti, anzi per quasi tutti: perché Vinicio, inviato per il Tirreno, sa come lavorarsi le fonti.

Giorno dopo giorno, cena dopo cena, battuta dopo battuta, aggira il vallo atlantico degli addetti stampa della Figc, diventa uno degli eletti ad essere ammessi addirittura a tavola, tra Bearzot e Zoff. Rivela particolari dello spogliatoio azzurro che le altre testate nemmeno si sognano. E le sue corrispondenze diventano delle autentiche lezioni di giornalismo e degli schiaffoni all'alterigia delle truppe cammellate della Gazzetta e di tutti i grandi quotidiani.

Dopo il trionfo di Madrid tornò a Livorno e raccontò quell'avventura che per noi ventenni, aspiranti giornalisti, valeva come un libro di Salgari. E fummo tutti orgogliosi di far parte di questo piccolo Golia di provincia, il Tirreno, che aveva atterrato il Davide della carta stampata.

Come se il Chievo vincesse quattro a zero in casa del Barcellona (e qui, magari, Vinicio sorriderebbe di nuovo).

In quegli anni si diceva che diversi quotidiani nazionali bussarono alla sua porta per offrirgli un posto a Milano o a Roma: uno così, d'altra parte, meglio averlo in casa che contro.

No, grazie, ha sempre risposto Vinicio: il bello della sua vita era sempre tornare a Livorno e incantare con i suoi racconti gli amici dei bagni Lido, quelli con cui faceva il bagno d'inverno, o i colleghi delle cene a tarda notte.

Lui voleva tornare dalla sua famiglia, che era la sua ragione di vita. dalla moglie Paola, dai figli amatissimi Elena, Francesco (giornalista a sua volta, al Dna non si comanda) e Giovanni, e godersi il suo piccolo paradiso.

La vita che avremmo voluto vivere. Sì, perché Saltini per più di vent'anni ha comandato il settore che a quei tempi orientava e trainava le vendite del giornale, ovvero lo sport. E lo faceva a modo suo, tenendo le cose importanti per sé: partite della nazionale, Europei, Mondiali, che ha raccontato fino al 1998, anno del suo pensionamento.

Ma allo stesso tempo crescendo una generazione di colleghi (il compianto Renzo Marmugi, Aldo Della Nina, Sandro Lulli, Massimo Pilo e tanti altri, fino a noi che siamo ancora qua) che si sono abbeverati del suo spessore umano e professionale.

Vinicio era anche uomo dalle mille passioni, su tutte quella per la canzone e per lo spettacolo in generale. La sua natura poliedrica e la straordinaria capacità di raccontare lo portarono anche in contesti che sembravano lontani galassie dal microsocosmo sportivo: il Cantagiro, il Cantasud, il festival di Sanremo dove faceva coppia (e anche qui per noi ragazzi era musica celestiale) con un mostro sacro come Sandro Ciotti, del quale era sinceramente amico.

E si rapportava con i divi con la sua semplicità tutta livornese: in redazione, qualche volta, ha aperto per me e qualche altro uno scrigno delle magie sotto forma di una cartellina gialla che teneva in un armadietto: da lì spuntavano foto con Ornella Vanoni, con le sorelle Bertè, con Renato Zero, insomma con i miti dell'epoca. Ed erano racconti che compensavano le massacranti trasferte domenicali alle quali ci sottoponeva per farci le ossa, e delle quali vogliamo ancora dirgli grazie.

La capacità di cambiare pelle, di esplorare. Come negli anni Ottanta, quando Livorno venne sconvolta dallo tsunami del basket e il calcio era ridotto a un triste vivacchiare in terza serie.

Vinicio, con Renzo Marmugi, fu il primo a capire che si trattava non tanto di un boom sportivo, quanto di un fenomeno sociale.

Con la città divisa in due, Libertas contro Pallacanestro, i fratelli che litigavano tra loro, le famiglie che si spaccavano alla domenica, il palasport pieno come un uovo. Vinicio, trasparente anche qui, non fece niente per dissimulare la sua fede Pielle, che emergeva come acqua di fonte anche dai suoi articoli.

Gli scrissero epiteti irriferibili sui muri, ma lui era Vinicio Saltini e se ne fregava, perché si divertiva ad alimentare polemiche da Guelfi contro Ghibellini. Perché così si parlava del Tirreno e il giornale si vendeva.

Umanità, soprattutto. Rapporto diretto con la gente, dal ct della nazionale al verduraio sotto casa. Senza mai cambiare.

Eccola, la lezione che ci lascia Vinicio Saltini, volato via ieri mattina. In un mondo come quello dei giornali e delle tv (a proposito, Visal non si è fatto mancare nemmeno quella, anche negli ultimi anni a Telecentro) sempre più chiuso e autoreferenziale, dove trionfa il protagonismo, dove spesso si scrive e si parla per sé stessi, dove ci si autoincensa sui social, lui ha dimostrato che l'empatia con il prossimo, il rapporto umano, l'amicizia, l'essere una persona corretta e schietta (con la simpatia istintiva che aveva non era difficile) vale più di qualsiasi prosa edulcorata, di tante penne celebrate.

Mi sia concesso un finale in chiave personale.

Come tanti altri nel nostro giornale devo molto, per non dire tutto, a Vinicio Saltini se nella mia vita sono riuscito a fare ciò che sognavo.

Lui non si è mai aspettato gratitudine, ma è sempre stato vicino a me e ad altri ragazzi, anche nelle nostre vicende personali, belle o meno.

Negli ultimi tempi, quando non stava bene, lo rividi ai Bagni Lido. Non poteva parlare, ascoltava i miei racconti. E parlava con gli occhi, lui che delle parole aveva fatto un mestiere, e che mestiere. Ci commuovemmo tutti e due.

Come ci farai commuovere tutti, Vinicio, questo pomeriggio alle tre quando ti diremo ciao. All'ora della partita.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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