Toscana
Parà morto per l'uranio impoverito, lo Stato condannato a pagare
Militare del Tuscania ucciso da un tumore: 886mila euro ai familiari
È morto in dieci mesi, di uranio impoverito. Dopo le missioni in Somalia e Bosnia Herzegovina. Il ministero della Difesa ha provato a dire che il maresciallo Pasquale Cinelli è stato stroncato nel 2000 a 41 anni dallo «stress psico-fisico» conseguente alle missioni di guerra. Il tribunale di Firenze, invece, sentenzia il contrario. Stabilisce che questo paracadutista dei Carabinieri, residente a Rosignano, è morto perché lo Stato non avrebbe rispettato «il dovere di protezione della salute dei propri soldati, dotandoli di equipaggiamenti idonei» in zone contaminate dall’uranio. Per questo il giudice riconosce alla vedova e alla figlia un risarcimento (complessivo) di 866mila euro.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.12775904:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2016/01/14/news/giustizia-dopo-15-anni-di-porte-chiuse-in-faccia-1.12775904]]Non è la prima volta che in Toscana c’è una sentenza importante sulle vittime da uranio impoverito. E non sarà l’ultima. Intanto perché - spiega l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, legale della figlia e della vedova - per la vicenda Cinelli il conto con lo Stato ancora non è chiuso. Secondo il comportamento del ministero della Difesa, la sentenza di primo grado potrebbe anche essere appellata. Ma soprattutto c’è tutta da definire la partita risarcitoria davanti al Tar non solo per le sofferenze patite dal militare durante la malattia, ma anche per la consapevolezza di Cinelli di aver contratto una malattia incurabile. «Siamo di fronte a una decisione esemplare del tribunale di Firenze - spiega l’avvocato Tartaglia che, per l’Osservatorio militare ha già vinto una quarantina di cause sul contenzioso da uranio impoverito - per varie ragioni. Ma soprattutto perché evidenzia la certezza del nesso di causalità del contatto fra la vittima e l’uranio impoverito». Premesso che la tesi era dimostrare l’esposizione di Cinelli a «numerosi fattori di rischio quali l’inquinamento atmosferico, le contaminazioni tossiche provocate dalla combustione e ossidazione dei metalli pesanti causate dall’impatto e dall’esplosione delle munizioni a uranio impoverito, nonché le esalazioni dei gas di scarico degli automezzi bellici e dei solventi chimici per la pulizia delle armi», il tribunale ammette «la sussistenza di un nesso di causa tra la malattia e l’esposizione (all’uranio) di gran lunga più probabile del suo contrario».
Non solo. Il tribunale di Firenze ribadisce un principio fondamentale per le cause da uranio impoverito, evidenzia Tartaglia: non è la vittima (o il ricorrente) a dover dimostrare la colpa dei fatti. Si legge nella sentenza: «Non c’è dubbio che la partecipazione a operazioni militari in zone di guerra sia da qualificare come pericolosa, sia in sé che per i mezzi adoperati. Nell’ambito delle attività pericolose non è più il danneggiato a dover dimostrare la colpa di chi ha provocato: è chi organizza l’attività pericolosa a dimostrare, per liberarsi da ogni responsabilità, di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno».
Analogo ribaltamento, rispetto al nesso di causalità fra malattia e contatto con l’uranio era già stato stabilito da una sentenza del Tar Lazio, dice Tartaglia. «La sentenza, che ha ribaltato l’onere della prova, era relativa a un caso toscano». Al caso di un caporal maggiore, ex paracadutista del Col Moschini di Livorno, in servizio dal 1999 al 2010, che si era visto negare vari benefici per il linfoma “non Hodgkin” (un tumore del sangue) contratto da uranio impoverito. Per il ministero della Difesa non avendo partecipato a missioni all’estero non poteva essersi ammalato: il Tar del Lazio, su procedimento istruito da Tartaglia, invece ha riconosciuto il contagio in patria durante la bonifica dei mezzi di ritorno dal Kosovo.
Questa concentrazione di sentenze pilota, destinate a fare giurisprudenza in Europa,però, non deve stupire. Perché - fa presente Domenico Leggiero, responsabile del Comparto Difesa dell’Osservatorio militare - «la Toscana è la prima regione per strutture di impiego di militari nelle missioni all’estero, con le varie basi da cui partono i nostri corpi speciali: Pisa, Livorno, Siena». E infatti - ammette Tartaglia - in Toscana ci sono già molti casi pendenti al Tar e altre cause sono pronte per essere avviate, «sempre davanti al Tar, perché purtroppo i contenziosi riguardano militari deceduti. Certo è che anche l’ultima sentenza del tribunale di Firenze potrebbe fare scuola». Non fosse altro perché ribadisce il concetto che lo Stato non poteva non sapere dell’uranio impoverito e dei rischi ai quali sottoponeva i propri soldati: «La conoscenza di tali armi - scrive il tribunale - è certa a partire dal 1999, allorché la Nato ne dette conferma ufficiale al nostro governo. Ma per gli anni precedenti si può ritenere improbabile che le nostre Forze Armate fossero del tutto all’oscuro, visto che operavano con Paesi del Patto Atlantico che le impiegavano in scenari bellici di cui era partecipe l’Italia».
Dal 1999, comunque, sarebbe stato dovere della Difesa dar prova di aver «incolpevolmente ignorato l’esistenza di un rischio legato all’uso di armi all’uranio impoverito: ma le Forze armate dispongono proprio di reparti adibiti all’individuazione di aree contaminate e alla loro bonifica». Tutte ragioni che oggi portano Tartaglia a reclamare il risarcimento dei beni costituzionalmente protetti, primo fra tutti il bene alla vita. E di questo si discuterà al Tar. La base di partenza, per la famiglia Cinelli, sarà 1 milione.
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