Sicurezza
Evasione, di chi è la colpa - L'editoriale
Il presidente Mattarella ha ragione sia a lamentarsi dell’evasione sia nel chiederne un contrasto unitario da parte degli italiani tutti. È un buon discorso da fare prima che a reti unificate a Camere unite
Aver cura della Repubblica concorrendo, in uno sforzo corale, al suo risanamento attraverso la lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Su questo punto si è incentrata larga parte dell’attenzione dell’opinione pubblica dopo aver ascoltato il tradizionale messaggio di fine anno del presidente Mattarella. A distanza di qualche giorno mi pare che ancora manchi la valutazione su un aspetto fra i molti toccati. È stato un mix di sano nazionalismo, che per gli italiani è un elemento assai volatile -da contrapporre al consueto campanilismo- e di coscienza civica. È quest’ultima a mancare? Sono davvero gli italiani degli irriducibili individualisti e opportunisti? Forse lo sono diventati storicamente, dubito che lo siano per natura come una certa narrazione, assai compiaciuta, vorrebbe rappresentarli.
Sulla genesi di questo orientamento italico l’analisi non è agevole. Si possono, però, ipotizzare alcune letture a partire proprio dai punti sottolineati dal presidente.
Nel suo saluto il Capo dello Stato stigmatizza l’evasione fiscale e ne enfatizza, correttamente, l’impatto sulla comunità. Ricorda il sacrosanto principio del «pagare tutti per pagare di meno». Come non essere d’accordo? Ciò che ci si potrebbe chiedere, a complemento di queste dichiarazioni, è per quale ragione il fenomeno non sia mai stato affrontato con vigore e dove vanno cercate le responsabilità di tale inefficienza nella repressione. Sappiamo che un certo grado di evasione è per così dire fisiologico. Per quanti controlli si dispongano ci sarà sempre una parte dei contribuenti che cercherà di sfuggire.
In Italia si è però realizzata di fatto una tolleranza diffusa nei confronti dell’evasione, accompagnata da una altalena di provvedimenti sovente contraddittori e lontani dal rendere la legislazione fiscale del Paese semplice da comprendere e equa nei suoi effetti. È un patto sociale non dichiarato. Parrebbe insomma che, mentre ad ogni occasione pubblica i governanti colgono l’attimo per auspicare un ridimensionamento del fenomeno, nelle aule parlamentari deputati e senatori lavorino se non in senso contrario perlomeno in maniera non consona ai pronunciamenti.
Questa storia dell’evasione è insomma un bell’alibi per tanta gente che se ne riempie la bocca e si ferma lì. Ha ragione il presidente della Repubblica a richiamare gli italiani al rispetto delle norme e a pagare regolarmente chiedendo scontrini, ricevute, fatture. Forse non si può rinfacciare a Mattarella quel che invece va certamente rimproverato a generazioni di rappresentanti dei cittadini in Parlamento.
Le responsabilità degli illeciti sono in capo singolarmente a ogni evasore e collettivamente a quanti avrebbero dovuto limitare il fenomeno e non lo hanno fatto. L’evasione è inaccettabile, come ha ricordato il presidente. Lo è da molti anni. Invece di combatterla si è continuato ad inasprire la pressione fiscale, dai liberi professionisti ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. È una grave ingiustizia che i titolari delle gioiellerie guadagnino in media meno dei loro dipendenti, che non si possano detrarre dalla dichiarazione dei redditi le fatture degli artigiani e via di questo passo. Sì o no?
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Il presidente Mattarella ha ragione sia a lamentarsi dell’evasione sia nel chiederne un contrasto unitario da parte degli italiani tutti. È un buon discorso da fare prima che a reti unificate a Camere unite, davanti a centinaia di rappresentanti del popolo il cui comportamento non è sempre esemplare e che vivono in una bomboniera dorata così lontana dagli elettori che possono permettersi di parlare di lotta all’evasione senza legiferare con sufficiente efficacia per combatterla davvero. Che, se l’oste non batte uno scontrino io la multa la manderei al primo onorevole che passa a tiro.
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