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Derivati, banca condannata: risarcita azienda livornese

di Francesca Suggi
Derivati, banca condannata: risarcita azienda livornese

Azzerato il debito di oltre un milione che la concessionaria aveva accumulato. Il legale: contratti sottoscritti in modo irregolare, senza tutele per chi investe

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LIVORNO. Investimenti finanziari che si trasformano in trappole, vittima la società proprietaria della concessionaria Renault-Nissan di Livorno che dopo una maxi battaglia legale riesce a vincere la causa contro Intesa San Paolo e ad azzerare un debito di un milione e duecentomila euro. Oltre ad un risarcimento di 112mila euro. Una vittoria, per Finimotors, che, aveva temuto di dover chiudere l'attività per far fronte a una situazione economica dai numeri disastrosi.

Nell'occhio del ciclone la sottoscrizione - dal 2002 al 2007 - di Interest Rate Swap, in sostanza veri e propri derivati. Si tratta di quei prodotti che negli anni sono balzati agli onori delle cronache nazionali per aver causato effetti devastanti nel mondo imprenditoriale e nelle pubbliche amministrazioni.

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«Questi prodotti come negli anni scoprì amaramente la società, erano vere e proprie scommesse finanziarie nelle quali, l'unica vincitrice, poteva essere nel 90% dei casi solamente l'istituto di credito. Al tempo della sottoscrizione dei derivati Finimotors svolgeva in prima persona l'attività di concessionario di auto per Renault e Nissan in via Firenze», spiega l'avvocato Marco Giunti che insieme a Silvia Gennari del Foro di Livorno hanno difeso la società immobiliare livornese Finimotors srl proprietaria dei locali dove viene svolta l'attività di concessionaria Renault-Nissan per la provincia di Livorno.

La società, al tempo, aveva contratto dei finanziamenti con vari istituti di credito della città proprio per investire nella costruzione dei vari capannoni che ospitano l'azienda.

Anno dopo anno Finimotors si vede addebitare sul conto somme pari o superiori a 50mila euro. Il rosso cresce, l'aria che viene a mancare: dal 2007 al 2015 il saldo negativo è un gigante di ben 1 milione e duecentomila euro.

«A questo punto Finimotors, temendo il peggio e ritenendo lesi i propri diritti, si è rivolta a noi per verificare la legittimità o meno dei contratti derivati sottoscritti», continuano dallo studio Giunti.

Dopo un primo tentativo fallito di soluzione bonaria, Finimotors e Intesa San Paolo, difesa dallo studio legale torinese Weigmann, si ritrovano a dibattere sulla questione davanti ad un Collegio Arbitrale a Torino. Il collegio di esperti viene chiamato a pronunciarsi sulla validità o meno dei derivati sottoscritti. E qui salta fuori il pasticcio e la decisione finale di condannare l’istituto di credito.

«L'istituto di credito non aveva effettuato gli avvisi prescritti dalla legge a tutela dell'investitore sul rischio degli investimenti effettuati - vanno nello specifico dallo studio di via San Francesco- né aveva provveduto a raccogliere la documentazione e le dichiarazioni che l'investitore avrebbe dovuto fare in merito alla consapevolezza dei rischi delle operazioni finanziarie. In sostanza tutto fu fatto passare colpevolmente sotto silenzio».

In sostanza la società livornese non aveva ricevuto dalla banca il questionario Mifid - entrato in vigore del 2007 - avviso prescritto dalla legge, volto ad assicurare una protezione maggiore per chi decide di investire. Il lodo arbitrale è durato ben 4 anni, dal giugno 2011 al settembre 2015, quando il Collegio Arbitrale, analizzate le carte, condanna la banca.

«Per queste ragioni - continuano Marco Giunti e Silvia Gennari con soddisfazione- i contratti sottoscritti nel 2007 non erano validi e il Collegio Arbitrale ha condannato Intesa San Paolo spa a restituire a Finimotors la somma attualizzata di 112mila euro, nonché contestualmente, ha imposto all’istituto di credito di annullare tutte le somme che dal 2007 ad oggi erano state addebitate alla società, in conseguenza degli effetti dell’investimento in derivati, ovvero 1 milione e 200mila euro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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