Il Tirreno

Livorno

Sbranato dai cani: due condanne e un milione di risarcimento

di Federico Lazzotti
Sbranato dai cani: due condanne e un milione di risarcimento

Due anni per omicidio colposo al proprietario del terreno, un anno e sei mesi alla donna che badava agli animali

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LIVORNO. Piange abbracciata al figlio Vincenzo. Poi si volta per ricevere la carezza della cognata Anna. Vincenza Salato, vedova dal 28 febbraio di quattro anni fa, singhiozza di gioia e sorride di dolore appena il giudice Angelo Perrone ultima la lettura della sentenza di primo grado con la quale condanna i due imputati per la morte del marito Vito Guastella: sbranato e ucciso da un branco di cani a 50 anni mentre si trovava all’interno di un piazzale lungo l’Arnaccio, nel comune di Collesalvetti.

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«Sono contenta - dice ancora la donna tra le lacrime - perché il Tribunale ha accertato la verità dei fatti, ma mio marito non c'è più e nessuno me lo potrà ridare indietro. In questi quattro anni - prosegue la vedova che non ha mai saltato un’udienza - abbiamo vissuto in una sofferenza continua. In una mancanza incolmabile che ha tolto la gioia a tutta la nostra famiglia».

Due anni di reclusione per omicidio colposo a Giuseppe Daniele Di Leo, 37 anni, legale rappresentante dell’omonima ditta di trasporti proprietaria del terreno e un anno e sei mesi a Rodica Trofin, 56, la donna di origine romena che viveva dentro la roulotte sistemata (abusivamente) nel piazzale e si occupava di badare al branco di cani.

Il giudice ha anche disposto un maxi risarcimento danni da quasi un milione di euro nei confronti dei parenti della vittima: la moglie, il figlio, i genitori e le sorelle dello stesso autotrasportatore originario dalla provincia di Alcamo, in Sicilia.

Ma c’è di più, perché nella sentenza (le motivazioni saranno depositate in cancelleria entro un mese), il Tribunale - si legge - «concede il beneficio della sospensione condizionale della pena», a patto che i due condannati «versino la provvisionale stabilita dal giudice entro sei mesi».

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Una postilla non secondaria, come spiega l’avvocato Antonio Sugamele che rappresenta buona parte delle nove parti civile. «Si tratta di un particolare importante che abbiamo chiesto al giudice nel dibattimento e che dà maggiori garanzie ai parenti di Vito Guastella».

Il giudice nella sentenza ha dunque sposato in pieno - a dire il vero ha comminato pene più alte rispetto a quelle richieste - la ricostruzione del pubblico ministero Gianfranco Petralia che nella sua requisitoria aveva parlato - descrivendo la morte dell’autotrasportatore - di «una tragedia della superficialità» e ancora di «una morte da terzo mondo». E per quello che riguarda gli imputati si era domandato: «Che cosa hanno fatto per impedire che ciò accadesse?». Nulla, è stata la risposta a cui è arrivato il pm.

Per i carabinieri tutti sapevano, a cominciare dal proprietario del terreno, che gravitavano nel piazzale alcuni cani che venivano nutriti dalla donna e in un certo senso facevano da guardiani.

Non a caso, proprio ai margini del piazzale, erano state fissate dei bastoni di legno nel caso in cui gli animali - come era già accaduto - avessero avuto comportamenti aggressivi.

Forse proprio verso l’estremità del piazzale ha cercato di correre Vito Guastella quando è stato aggredito la prima volta da uno degli animali. Una corsa tragica e inutile che si è fermata dopo pochi metri.

Una corsa verso la salvezza che i familiari hanno raccolto e trasformato in una maratona verso la giustizia. La sentenza di condanna arrivata ieri è solo il primo traguardo.

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