Gioco
Porti, la riforma si impantana Commissari in due scali su 3
Le nuove regole restano impantanate fra scontro nel governo e siluro della Consulta In conclave a Roma l’organizzazione delle Authority. Due bozze in lizza per l’ok
LIVORNO. La sentenza della Corte Costituzionale affonda solo e soltanto il primo comma dello “Sblocca Italia”, cosa c’entra il nuovo equilibrio dei poteri fra centro e periferia nella portualità e cosa c’entra la riforma Madia che li ridisegnerà? Al conclave romano di Assoporti, l’organizzazione che raggruppa le Autorità portuali, si sente ripetere che il governo sembra intenzionato a tirare dritto come se il pronunciamento della Consulta non azzopasse l’impianto della riforma delle banchine.
Al tempo stesso, però, resta nel menù qualche incertezza sulla strategia di fondo, se è vero che, stando quantomeno alle informazioni raccolte, all’esame del consiglio dei ministri potrebbero arrivare due differenti ipotesi: l'una, più vicina al ministero guidato da Graziano Delrio, con una geografia degli accorpamenti focalizzata su 14-15 Autorità portuali; l'altra, proveniente dall'entourage di Palazzo Chigi, con una mappa a maglie larghe con non più di otto istituzioni territoriali.
L'hanno propagandata fin dall'inizio come una riduzione di costi d'apparato (dagli attuali 336 posti nei “parlamentini” delle istituzioni portuali non ne resteranno che 70). In realtà, però, non solo una roulette di numeri: e non solo perché con la suddivisione a 14 Livorno dovrebbe finire insieme a Piombino mentre con quella a otto è più probabile che l’aggregazione comprenda anche Civitavecchia (con qualche rischio per Livorno di finire “mangiato” dal peso politico del porto di Roma, nonostante le statistiche dei traffici indichino ben altra gerarchia fra i due scali).
Non è secondario stabilire chi resterà sede di Authority e chi invece sarà aggregato: le bozze in circolazione insistono su una spinta alla ricerca di una regìa unica che centralizzi le decisioni sugli investimenti e impedisca il guazzabuglio attuale in cui ciascun porto fa per sé sperando nel proprio santo in paradiso. Con una differenza: da un lato, il ministero delle infrastrutture che punta a centralizzare sì ma lasciando sul territorio 14 enti con una propria autonomia; dall’altro, Palazzo Chigi che invece vorrebbe premere sull’acceleratore della centralizzazione. Per ora riferita agli investimenti, ma il futuro del business è chi avrà in mano le chiavi delle concessioni dei terminal.
La direzione di marcia è l’esatto opposto di quel che sta accadendo nell’Europa del nord: nella riunione romana sono stati citati anche i dossier di Patrick Verhoeven, segretario generale dell’associazione che a livello europeo raggruppa gli armatori (venuto anche in Fortezza Vecchia a parlarne nei mesi scorsi).
Nel confronto all’interno di Assoporti i vertici delle istituzioni portuali hanno evitato la tentazione di spaccarsi secondo la faglia che potrebbe contrapporre porti maggiori (dunque aggregatori) e scali minori (dunque destinati a essere “inglobati”), presidenti con curriculum politico e alti ufficiali delle Capitanerie con incarichi commissariali. Niente scontri fra chi preferisce la mappa a 14, chi a otto, chi a quattro o a chissà quant’altro: secondo le informazioni che è stato possibile raccogliere, l’attenzione è stata centrata soprattutto sul bisogno di definire una identità di queste future “Autorità di sistemi portuali” perché, come ha detto con una battuta uno degli esponenti al tavolo, non siano ridotte al rango di amministratori di condominio. E qui si apre tutto il match sull’autonomia finanziaria e sui canali per garantirla.
Più nell’immediato sembra emergere fra commissari e presidenti il timore che finisca per cronicizzarsi l’attuale stallo che lascia tutto a bagnomaria: una sorta di attesa infinita d’una riforma che, come la tela di Penelope, è stata fatta e disfatta cento volte ma senza arrivare mai al dunque. Non è solo un problema di rinvii: ormai da lungo tempo, il governo dei porti è affidato a commissari di nomina ministeriali con incarichi prorogati di sei mesi in sei mesi, se non addirittura per periodi più brevi o anche cambiando commissario di volta in volta (com’è accaduto a Napoli negli ultimi tre anni). Senza contare che ben 14 scali sono in mano a un commissario: quasi due su tre.
A Livorno Gallanti ha cominciato come commissario per quattro mesi, è stato poi in sella per 4 anni come presidente e da maggio è già alla seconda proroga come commissario. Figurarsi che a Piombino Guerrieri, al governo dell’Authority dal 2005: l’hanno riconfermato quattro volte commissario in due anni e mezzo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google