Il Tirreno

Livorno

La Corte Costituzionale impallina la riforma

di Mauro Zucchelli
La Corte Costituzionale impallina la riforma

Un altro colpo da ko: si allontana il varo e riparte il valzer degli accorpamenti. Sullo sfondo lo scontro fra ministro e premier

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LIVORNO. Per mettere fuori uso il motore della riforma della portualità basterebbe lo "zucchero" degli scontri striscianti all'interno del governo fra il premier Renzi e il ministro Delrio (e il mugugno, forse un po' meno strisciante, che sembra arrivare dal quartier generale di Assoporti, l'organizzazione che raggruppa le Autorità Portuali). Adesso arriva qualcosa che equivale a una bomba dentro gli ingranaggi di una situazione già di per sé alquanto complicata. Stiamo parlando della sentenza con cui la Corte Costituzionale impallina il decreto “Sblocca Italia” là dove parla del piano della portualità: è una materia su cui la Costituzione prevede che governo e Regione decidano insieme, Roma non può fare da sé.

Sia chiaro, la Consulta non se la prende col “Piano Strategico Nazionale della Portualità e della Logistica” varato a luglio: lo “Sblocca Italia” risale a quando Delrio era ancora sottosegretario a Palazzo Chigi. Quel decreto porta le firme di mezzo governo (il premier Renzi più i ministri Lupi, Galletti, Guidi, Franceschini, Lanzetta e Padoan) e la legge di conversione quelle di Renzi e Lupi ma alla fine il boomerang finisce per colpire la riforma della portualità a firma dell'attuale ministro: il testo è pronto da metà settembre ma non riesce a vedere la luce perché non fa altro che inciampare in sgambetti e trappole.

Non è un segreto che il percorso sia stato accidentato fin dall'inizio: nel luglio scorso è arrivata a mezzo passo dal traguardo ma ha dovuto sfilare la nuova geografia delle Autorità Portuali la notte prima di presentarla ufficialmente. Alla fine ci si limita a dire che le nuove Autorità di Sistemi Portuali «potranno essere istituite» in «numero non superiore a quello dei porti core»: cioè 14.

Ma con 14 c'è un problema: Civitavecchia, primo porto crociere e scalo sotto gli occhi della politica romana, non è fra i porti indicati dall'Europa ma ambisce ovviamente a non farsi relegare in secondo piano. Con l'evidente intenzione di diventarne la capofila riesce inizialmente a infilarsi in una aggregazione con Livorno-Piombino (talmente assurda da coprire quasi mezzo migliaio di chilometri di costa), poi si conquista una sorta di status a sé come “porto della capitale” (e, in alcune formulazioni, perfino “dell'Abruzzo”). Poi non ci stanno a farsi aggregare in un'unica Authority né Ravenna e Ancona né Bari e Taranto, tutti porti “core” secondo l'Europa. A ciò si aggiunga anche il caso di Salerno vs. Napoli.

E anche Marina di Carrara, dopo aver lanciato più di un segnale in passato a La Spezia, vede tutte le istituzioni e le forze sociali del territorio fare quadrato per chiedere di finire non con La Spezia bensì in una Authority toscana a guida livornese. Non dev'essere un caso che lo dicano nel giorno in cui Livorno e Piombino anticipano la riforma celebrando le “nozze” (simboliche).

I due porti della provincia di Livorno si ritrovano a fare da apripista a aggregazioni che altrove si sta cercando di frenare o sabotare. Di fronte a una riforma che riduce al minimo l'autonomia dei porti aggregati, la rivolta dei porti più piccoli è da mettere nel conto. Dietro le quinte emerge il caso più spinoso di tutti: quello del porto di Savona, dove il gigante danese Maersk, numero uno delle flotte mondiali, investe un grosso pacco di milioni e sta mal digerendo l'idea di veder sparire il proprio interlocutore pubblico, cioè l'Authority savonese. Inglobata in quella di Genova.

In «numero non superiore a quello dei porti core», sta scritto nel piano di inizio luglio. Doveva essere un paletto per inchiodare tutt'al più a 14 Autorità Portuali la riforma, sta diventando invece un ulteriore elemento del valzer che fa “ballare” la riforma Delrio. Rispunta fuori l'ipotesi di una riduzione ancor più drastica a otto oppure a quattro ma siccome ormai i numeri sono in libertà, come segnala l'autorevole sito specializzato MediTelegraph si potrebbe passare a quattro o a sette. Con tutte le mille ipotesi e controipotesi: ad esempio, Authority unica tanto per l'Alto Tirreno (da Savona a Carrara a guida genovese) quanto per l'altra “ascella” sull'Adriatico (da Ancona a Trieste), poi Livorno-Piombino di nuovo aggregati a Civitavecchia, più una istituzione per i porti sardi, una per quelli siciliani (tranne forse Messina che andrebbe a sé con Gioia Tauro), una per quelli campani e una per quelli pugliesi.

Niente di più facile, in quest'ingarbugliarsi delle ipotesi di aggregazione, che salti fuori la tentazione di ricentralizzare tutto a Roma: è una eventualità che ha già fatto capolino in tutto quest'iter. Prima ancora che uscisse di scena il ministro Lupi, la cui defenestrazione ha a che fare con lo scontro per il controllo della “struttura di missione” che ha in mano gli appalti delle opere pubbliche.

Rispunta la possibilità che siano centralizzati i poteri nelle mani del governo, anzi di Palazzo Chigi: nomina del presidente, la ripartizione dei grandi investimenti e soprattutto, in prospettiva, le concessioni dei terminal. Il grande business prossimo venturo nella portualità che verrà.

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