Il Tirreno

Livorno

Condannato a dieci anni per l’omicidio in carcere

di Federico Lazzotti
Il carcere delle Sughere
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Il carcere delle Sughere

Livorno, Sergio Tatti, 49 anni, causò la morte del compagno Alfonso Maria Vizzini: spinse il giovane giù dalle scale, il decesso tre mesi dopo

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LIVORNO. Una spinta o più probabilmente una gomitata in faccia lungo le scale del carcere delle Sughere alla fine dell’ora d’aria. Era la mattina del 18 novembre 2008. Alfonso Maria Vizzini, 23 anni, dopo quella aggressione ha lottato per tre mesi in un letto di ospedale prima di morire.

A distanza di sei anni dal decesso a cui ne sono seguiti quasi quattro di indagini, la Corte d’Assise del Tribunale di Livorno ha condannato per l’omicidio del ventitrenne Sergio Tatti, 49 anni, sardo di origine ma residente a Rosignano. Il presidente del collegio, il giudice Carlo Cardi, mercoledì 9 dicembre dopo quasi tre ore di camera di consiglio ha impiegato meno di un minuto per leggere la sentenza di colpevolezza nei confronti dell’imputato: dieci anni di reclusione per omicidio preterintenzionale con l’interdizione dai pubblici uffici in perpetuo. Una decisione che abbraccia in pieno la ricostruzione del pubblico ministero Giuseppe Rizzo che nella requisitoria aveva chiesto la stessa pena comminata poi dalla Corte.

La battaglia sulle prove. Un processo, in ogni caso, indiziario, dove più che la prova regina, a far pendere la bilancia dalla parte della colpevolezza «al di là di ogni ragionevole dubbio», sono stati una serie di elementi che l’accusa ha portato via via durante le udienze: la perdita di coscienza della vittima durante il volo, la necessità di trasferire l’imputato in un altro carcere «per timore di ritorsioni». L’ultimo di questi elementi, forse quello decisivo, è stata la testimonianza di un altro carcerato, al momento irreperibile, di cui alla fine è stata acquisito il verbale nel quale raccontava di aver visto l’imputato spingere giù dalle scale la vittima. Una decisione contro la quale il difensore, l’avvocato Nicola Giribaldi, si è opposto fino alla fine. «Per essere acquisita - ha spiegato - era necessario effettuare l’incidente probatorio durante le indagini preliminari».

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Una critica che però non è servita ad impedire l’acquisizione della testimonianza dopo una breve camera di consiglio. Nonostante questa sconfitta ai punti, nell’arringa conclusiva il legale ha toccato tutti gli aspetti che - a suo parere - avrebbero dovuto far decidere la Corte per una assoluzione per la vecchia «insufficienza di prove». In particolare perché «dai registri degli ingressi in carcere della mattina della tragedia tra la vittima e l’imputato ci sono cinque minuti di differenza», troppi per pensare che i due- a suo avviso - si possano essere trovati fianco a fianco per le scale.

La ricostruzione. Alfonso Maria Vizzini, era nato a Niscemi, in Sicilia, ma si era poi trasferito con la famiglia a Cecina, dove viveva. Un ragazzo ribelle, che spesso era finito sul giornale per storie di piccoli furti. La mattina del 18 novembre di sette anni fa lui e Tatti si erano incrociati in cima alle scale, la spinta, poi il volo terribile e quelle lesioni gravissime alla testa. Un paio di detenuti, sentito il tonfo, si precipitarono ad aiutarlo. Il giovane era steso a terra, perdeva molto sangue e non era già non cosciente. Aveva ancora un piede sul primo scalino, ma la cosa terribile era la ferita in testa che gli aveva provocato un'importante perdita di sangue. Erano stati proprio i detenuti a chiamare d'urgenza un agente della penitenziaria, che a sua volta aveva allertato il medico. Da subito scattarono anche le indagini, basate soprattutto sulle testimonianze dei presenti: in quel punto delle Sughere, infatti, non c'erano telecamere e non fu quindi possibile un riscontro oggettivo dei fatti. Tuttavia, un testimone da subito accusò l'altro detenuto, Tatti, di aver spinto il compagno di sezione con una gomitata in volto, provocando di fatto la caduta. E altri testimoni hanno sostenuto che pochi minuti prima dell'episodio, durante l'ora d'aria, i due avrebbero avuto una discussione per motivi banali.

Ma Tatti ha sempre negato: «Nessuna discussione. Se avessi voluto litigare con lui, lo avrei fatto durante l'ora d'aria, non avrei avuto certo timore di affrontarlo faccia a faccia», è la versione che il detenuto ha sostenuto con gli inquirenti e che ha confidato al suo legale Nicola Giribaldi. Vizzini fu visitato immediatamente dal medico del carcere che constatò subito la gravità della situazione, disponendo il ricovero in ospedale. I mesi successivi furono un incubo per la famiglia del ventitrenne. Il giovane non riprese mai conoscenza e restò in uno stato vegetativo in ospedale, senza mai reagire agli stimoli.

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